Emanuela Audisio al festival InVerso di Santarcangelo

In Spagna nel 2019 le è stato assegnato il premio “Vázquez Montalban”, importantissimo riconoscimento al giornalismo sportivo e lei è la prima donna ad ottenerlo, inoltre prima di lei lo ha vinto solo un altro italiano. Parliamo di Emanuela Audisio, scrittrice, autrice, documentarista e giornalista di Repubblica, icona del giornalismo sportivo che oggi è ospite a Santarcangelo del festival “InVerso”, dedicato alla letteratura sportiva, dalle ore 21, allo Sferisterio. Tema: “Il corpo dello sport, il corpo allo sport”. Con la Audisio dialogherà Gigi Riva, collega dell’Espresso. A seguire la proiezione del film della Audisio “Da Clay ad Alì, la metamorfosi”.

Abbiamo chiacchierato con la giornalista che vive e lavora a Roma e ha appena finito il docufilm su Maria Montessori che il 31 agosto andrà in onda su Sky col titolo “Viva Maria”.

Nel corso della sua carriera ha ricevuto molti premi e si è affermata con uno stile inconfondibile sin dagli anni in cui il giornalismo sportivo era un settore esclusivamente maschile e di nicchia, contribuendo in maniera fondamentale allo sviluppo del miglior giornalismo sportivo e all’affermazione delle donne in questo ambito. Perché ha scelto di occuparsi di sport?

«Perché lo sport aveva dentro le storie. Questa è la prima ragione. Contestualmente ce n’è una seconda ed è questa. La gente quando sentiva parlare di sport prendeva la sedia e la scostava e soprattutto negli anni ’70 occuparsi di sport era da buzzurri e da fasci. Quindi io ho agito per reazione e mi sono sempre più incuriosita al genere. Capendo ben presto che lo sport è una pianta del giardino della società ed è importante come lo è la scuola! Così a Repubblica sono stata la prima donna a scrivere di sport con continuità, poi col tempo è entrata Licia Granello e altre figure femminili hanno iniziato a vedersi anche in Rai».

Quali sono stati i suoi maestri?

«C’è un poeta tedesco che scrive: “Ho avuto cattivi maestri ed è stata una buona scuola”. Non è il mio caso. Io ho letto un po’ tutti e ho da sempre una grande passione per i libri, un grande amore per Hemingway e poi ho vissuto 10 anni all’estero, dal 59 al 69 in Iran. Non vengo da giornali sportivi quindi la mia scuola è stata molto ampia. Ho lavorato con Mura, Brera, Clerici e ho seguito colleghi di altri giornali. Ora sto preparando un docufilm su Gianni Mura che è scomparso il 21 marzo scorso a Senigallia».

Lei ha vinto il Premio Gianni Brera, un grande riconoscimento, come si è sentita?

«Ho provato una grande soddisfazione. Certo per una donna giornalista è significativo. Però devo dire che negli anni il giornalismo sportivo è cambiato molto e oggi siamo in diverse, c’è Gaia Piccardi al Corriere della Sera, Elisabetta Caporale alla Rai, c’è Federica Masolin che segue la Formula Uno, insomma cominciamo a far sentire la voce femminile».

Lei ha scritto tre libri con la Mondadori che hanno avuto una grande eco e sono molto amati dal pubblico e dalla critica. Parliamo de “Il ventre di Maradona”, di “Tutti i cerchi del mondo” e di “Bambini infiniti”. Tutte opere in cui lei veicola una sua riflessione sulla società, sul costume, sulla politica, sulla contemporaneità e le diverse sfaccettature. Si può dire che per lei lo sport è un pretesto per approfondire tematiche che toccano l’antropologia e l’indagine sul sociale?

«Ho già detto che nello sport ci sono storie da raccontare e queste riguardano la contemporaneità e gli sviluppi e le trasformazioni dell’individuo, della società, del vivere civile, della politica, del mondo. Ad esempio parlando di sportivi si parla di corpo e il corpo è la mistica della contemporaneità».

Parliamo del corpo di Maradona.

«Il mio non è un libro su Maradona, lui è uno dei tanti sportivi di cui parlo. Erano gli anni in cui gli avevano fatto la riduzione dello stomaco quindi l’ho preso a pretesto per una mia suggestione: in quei 10 cm tolti non è che c’era il grasso della gloria, dell’abbondanza di un ventre che si era gonfiato di vita e di vizi?».

Cosa racconta il corpo di Maradona?

«Lui coi goal era stato in grado di pareggiare una guerra, col suo piccolo corpo aveva riscattato con lo sport l’Argentina che aveva perso la guerra delle Falkland con l’Inghilterra. Poi però se in questo suo corpo, come in una valigia, ci si mettono troppe cose scoppia. Se con quel corpo ti devi riscattare come persona, ti devi innalzare come artista, e ci riesci, poi tutto ti è permesso ecco che scatta un disequilibrio che fa tornare al punto di partenza».

Però il corpo si trasforma per tutti, non solo per i campioni.

«Per noi è il segno del tempo. E poiché noi ci valutiamo sia per l’apparenza che per il contenuto teniamo conto di due valenze. Per gli sportivi il corpo è tutto, una traiettoria, è filosofia, è politica, col corpo comincia la grandezza e col corpo si può arrivare alla tragedia. La loro mente si esprime attraverso il corpo, è come se fosse un’intelligenza animalesca. Ma ciò non vuol dire che sono stupidi».

Quale altro corpo ha segnato la storia dello sport?

«Come sostengo nel mio docufilm su Mohamed Alì, anche nel suo caso ha avuto un ruolo fondamentale. La sua ultima moglie mi disse che lui aveva le gambe più belle di tante donne, il suo medico che se i marziani avessero chiesto un prototipo di uomo lui avrebbe suggerito di prendere Alì perché era perfetto. Ma come sappiamo la considerazione del corpo dei neri non è sempre stata la stessa, e in generale così come nella società anche nello sport il corpo nei secoli si è modificato».

Lei viene definita la più straordinaria giornalista sportiva italiana capace di raccontare lo sport con pennellate d’artista. Cosa pensa in proposito?

«Ho cercato un mio linguaggio, diretto, secco. Aggiungo: dopo aver vissuto a lungo all’estero ho adottato lo stile alla mia ignoranza in fatto di uso della lingua!».

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