Effetto lockdown: boom di interventi estetici. Parla il chirurgo

«Sono in aumento gli interventi di chirurgia estetica, ma anche le patologie caratterizzate da eccessiva preoccupazione per difetti fisici immaginari o comunque minori di quanto percepito». A sostenerlo è il medico sammarinese, Davide Forcellini, 39 anni, specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica, che annovera tra i suoi pazienti anche numerosi cittadini italiani.

Dottor Forcellini, quanto è cambiata la situazione dall’inizio della pandemia?

«In questi ultimi due anni per la mia attività l’incremento si aggira sul 50%, in particolare per gli interventi che interessano il viso. L’interpretazione che ne do è che in lockdown le persone hanno passato più tempo davanti allo specchio. Scendendo nei dettagli per quanto riguarda invece la chirurgia, a incrementarsi in modo vertiginoso sono state le richieste di blefaroplastiche e le rinoplastiche. Anche i dati riguardanti la medicina estetica che si fa in ambulatorio, generalmente tramite iniezioni, parlano di crescita».

I colleghi italiani e sammarinesi le confermano questo boom di richieste?

«Sul fronte chirurgico sì. Sul versante estetico invece fornitori e aziende mi parlano di una situazione eterogenea, perché c’è stato un grande aumento, ma non per tutti. Da quello che sento a subire un calo sono stati i “non professionisti”, ossia chi, pur svolgendo altre professioni per vivere, ogni tanto si prestava anche a eseguire iniezioni a tariffe stracciate».

Dunque ora c’è maggior consapevolezza nei pazienti?

«Indubbiamente si documentano molto. Spesso dicono di avermi scelto cercando anche solo su internet, dopo aver passato al setaccio il mio curriculum e il percorso intrapreso anche all’estero. In breve decidono di affidarsi alla professionalità, ma solo dopo tutte le ricerche del caso».

Sono più le donne o gli uomini a rivolgersi a lei? E quale bacino d’utenza prevale tra Titano e Italia?

«Nel mio caso a prevalere sono le donne, ma questo trend è sempre stato costante per me. Riguardo al raggio d’azione risulta abbastanza ampio, da Bologna ad Ancona, anche se il passaparola resta forte tra San Marino e Rimini. Fino al lockdown, ero io a girare in tutto il nord Italia, facendo la spola da Milano fino al Titano, ma in seguito, visto l’andamento pandemico sono rimasto nello studio di Dogana e ho scoperto che i pazienti erano disposti a spostarsi senza problemi».

Quale fascia d’età ricorre di più alla chirurgia?

«Nel mio caso la categoria preponderante è la fascia sui 35-40 anni, ma in generale si ragiona per target. Le ragazze dai 18 anni in su sono ad esempio una categoria particolare, non avendo ancora disponibilità economica e dipendendo spesso dai genitori anche da un punto di vista decisionale. Perché vivono con loro e devono rendere conto delle scelte. Poi c’è il range dei 35-40 anni, ossia giovani donne che, in particolare dopo aver affrontato la gravidanza, vogliono cambiare certi aspetti del loro corpo. A seguire il blocco delle 50-55enni che o si concentrano sul viso, l’aspetto su cui investono di più, o devono affrontare dei ritocchi su interventi eseguiti 10-15 anni prima».

A volte la pandemia inceppa il regolare andamento del suo lavoro?

«Gli interventi vengono programmati con largo anticipo e la pandemia comporta implicazioni che fino a due anni fa erano impensabili. Lo scorso inverno diverse pazienti sono arrivate in clinica, ma il tampone è uscito positivo. Non solo dunque sono state costrette a rimandare l’operazione, ma si sono ritrovate le ferie, richieste per l’intervento, bruciate. C’è da aggiungere che gli interventi saltati non vengono sempre riprogrammati. Chi è impulsivo infatti desiste, se troppe cose vanno storte o qualora i tempi si allunghino».

Rileva qualche altra novità in questo momento storico senza precedenti?

«Ho rifiutato di eseguire certi interventi, perché ho notato un aumento del disagio legato a paranoie o a problemi psichiatrici che non possono esser risolti con la sala operatoria, bensì con specialisti adeguati. Del resto prima di un intervento occorrono visite e colloqui per inquadrare le persone. E se riscontro malessere di vita, depressione o altro scelgo di non procedere».

Il Covid ha esercitato un peso su simili patologie?

«Purtroppo sì e molti pazienti hanno imparato a mentire o a eludere le domande. Così se qualcosa non mi convince chiedo quante ore passi il paziente davanti allo specchio. A volte escono dichiarazioni preoccupanti: ragazzine che perdono 3-5 ore a specchiarsi, pur senza avere alcun problema conclamato di fondo. Si sconfina con sempre maggior frequenza nel disturbo dismorfofobico. Vale a dire che il problema lo crea la mente del paziente su base psicopatologica».

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