Un viaggio nel tempo concentrato in un weekend al Mulino Scodellino

Poco fuori dal centro abitato di Castel Bolognese, il Mulino Scodellino conserva intatta la propria struttura originaria risalente alla fine del Trecento. Tra le poche testimonianze rimaste di opificio idraulico ancora pienamente funzionante grazie al Mulino Naldoni, la struttura rappresenta oggi un punto di riferimento per visite guidate, percorsi didattici con le scuole e riscoperta delle lavorazioni tradizionali legate ai grani e alla macinatura a pietra. Un patrimonio materiale e culturale che si inserisce in un modo diverso di vivere il territorio, lontano dai ritmi veloci e dalle mete più battute, fondato sul contatto diretto con il paesaggio e con la memoria dei luoghi. Rosanna Pasi, presidente dell’associazione che ne cura la salvaguardia e referente per l’Emilia-Romagna di Aiams (Associazione Italiana Amici dei Mulini Storici), racconta l’attività quotidiana dello Scodellino, i progetti in cantiere e il valore di questa rete di testimonianze storiche.

Quando si parla di turismo si parla sempre più di ricerca di autenticità. Cosa può offrire un mulino storico a chi cerca una pausa dai soliti itinerari di massa?

«Io amo definirlo “turismo rigenerante”: un viaggio che fa star bene, perché varcare la soglia di un mulino storico significa immergersi in un passato in cui vigevano altri criteri di vita. Allora le persone usavano le mani, ragionavano su ogni gesto e vivevano a contatto stretto con la comunità; i mulini erano luoghi d’incontro primari. Lo Scodellino è stato costruito nel 1392 ed era efficiente cento anni prima dello sbarco di Colombo in America. Si parla del Medioevo come di un’epoca buia, ma per la nostra civiltà è stato un tempo di straordinaria luce civile e tecnica. Fermarsi qui permette di fare un passo indietro nelle nostre radici, ritrovando una quiete che la vita moderna ha cancellato».

Allo Scodellino l’attività di macinazione è viva. Cosa rende unica la vostra farina e come viene recepita dai visitatori?

«Maciniamo il grano con una macina monolite del 1843, una pietra intera e non un agglomerato artificiale come si usa oggi. Il chicco viene solo decorticato: tutte le componenti nutritive restano nella farina, che ha un colore naturalmente ambrato. Non è una polvere raffinata come quelle industriali, dove il frumento viene setacciato nove volte per poi aggiungere glutine o crusca a posteriori. La vera rigenerazione parte da qui: mangiare sano e capire cosa consumiamo è il primo passo per stare bene».

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Da questa filosofia nascerà in primavera un soggiorno speciale. Di cosa si tratta?

«Vogliamo lanciare un format di soggiorno rigenerativo di due giorni: accogliere piccoli gruppi per far vivere loro la storia dell’opificio, la quiete della campagna e laboratori per preparare pasta e pane con la nostra farina, riscoprendo i sapori di una volta. Non avendo posti letto allo Scodellino, faremo rete con il territorio, appoggiandoci agli alberghi di Riolo Terme. Il nostro mulino ha una caratteristica speciale: non ci si passa per caso camminando sui monti, bisogna sceglierlo e venirci appositamente. È appartato, immerso nella quiete dei campi, dove il silenzio diventa un’opportunità preziosa per staccare dal rumore del mondo».

Guardando alle nuove frontiere del turismo estero, i mulini storici possono attirare anche turisti internazionali?

«Assolutamente sì. Oggi accogliamo soprattutto visitatori italiani e scolaresche per la didattica, ma il pubblico estero ama questo patrimonio materiale. Quando i turisti vedono la macina in funzione azionata dall’acqua restano incantati, perché è un’esperienza viva e non una visita in un museo polveroso. Come associazione siamo volontari e non abbiamo strutture commerciali per la promozione estera; per questo la platea del TTG è fondamentale. Vorremmo che i tour operator proponessero pacchetti dedicati, portando gruppi a vivere la magia del mulino. Anche partendo da piccoli numeri: l’importante è aprire un canale stabile con chi promuove la nostra regione nel mondo».

Da referente Aiams per l’Emilia-Romagna, che valore ha la rete dei mulini per l’identità del nostro territorio?

«L’interesse cresce costantemente. Ci sono realtà montane come il Mulino di Fiumicello, nelle Foreste Casentinesi, che beneficiano dei cammini e registrano afflussi continui; da noi arrivano persone da tutta Italia per riscoprire un’istituzione cardine della civiltà. Nel passato in una comunità c’erano due sole autorità: il parroco e il mugnaio. Prima che esistessero i bar o le poste, il mulino era il perno della vita sociale ed economica, tanto che a metà Ottocento lo Stato vi applicò la famosa tassa sul macinato per risanare i conti pubblici. I mulini affondano le radici in una storia millenaria che risale all’antichità sumera: rimetterli al centro del turismo significa restituire vita al nostro patrimonio più autentico».

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