Dalle deiezioni degli allevamenti bovini al combustibile pulito per cuocere le ceramiche del distretto di Sassuolo, mentre gli scarti tornano alla terra sotto forma di fertilizzante naturale. È il cerchio perfetto dell’economia circolare che Agrisfera inaugura questa mattina alla Fattoria Guiccioli di Mandriole: la conversione del vecchio impianto a biogas in un moderno polo di produzione di biometano da 3,5 milioni di metri cubi all’anno, immessi direttamente nella rete Snam per alimentare gli stabilimenti di Marazzi Group. Un investimento da oltre 10 milioni di euro, sostenuto da 2,3 milioni di fondi Pnrr. Il direttore generale della cooperativa, Giovanni Giambi, racconta la genesi e le prospettive di una svolta strategica.
Ravenna, dai reflui delle mucche il gas per cuocere le piastrelle di ceramica
Direttore Giambi, eravate partiti con il biogas nel 2011. Perché passare al biometano proprio adesso?
«Perché il mondo agricolo sta attraversando una fase drammatica. Da un lato subiamo gli effetti del cambiamento climatico: dopo l’alluvione del 2023 affrontiamo siccità estreme e nubifragi che tagliano le rese tra il 10% e il 15%. Dall’altro scontiamo una tenaglia economica insostenibile: i costi di gasolio e concimi sono schizzati in alto del 50%-90%, mentre i prezzi riconosciuti a noi produttori per le materie prime e il latte sono fermi ai livelli del 2011. L’energia rinnovabile è il pilastro che garantisce la sostenibilità economica della cooperativa, permettendoci di continuare a fare il nostro mestiere primario, cioè produrre cibo».
Tutto il gas prodotto andrà a Marazzi Group. Come nasce questo asse tra la cooperazione ravennate e il colosso della ceramica?
«Nasce da un incontro a Ecomondo nel 2025. Cercavamo un partner industriale che credesse davvero nella transizione ecologica e abbiamo trovato in Marazzi una totale sintonia. La ceramica è un settore tipicamente ad altissima intensità energetica e difficile da decarbonizzare. Fornire loro biometano al posto del gas fossile significa abbattere le emissioni dell’80%-90% nei processi produttivi. L’agricoltura ha sempre scaldato le persone, prima con la stalla e con il cibo, oggi portando energia pulita alle industrie strategiche del territorio».
Che numeri ha questo ciclo e cosa finisce nell’impianto?
«Lavoriamo circa 50mila tonnellate di biomasse all’anno e il 90% è autoprodotto: la metà è costituita da reflui zootecnici delle nostre stalle da latte, integrati da una quota di pollina da allevamenti vicini e da biomasse vegetali. Non solo: il digestato di risulta viene interamente reimpiegato sui nostri 3.700 ettari di terreno, sostituendo i concimi chimici. Tra il biometano che rimpiazza il combustibile fossile e il mancato impiego di fertilizzanti di sintesi, risparmiamo ogni anno circa 9mila tonnellate di CO2 equivalente: l’equivalente delle emissioni annuali di 5mila automobili».
Un cantiere completato in appena quattordici mesi. Quali sono i prossimi passi sul fronte energetico?
«Siamo riusciti a chiudere l’opera in tempi record, grazie anche alla collaborazione delle aziende e delle maestranze che hanno partecipato al processo di costruzione. Ma non ci fermiamo qui. Abbiamo già 1.175 kilowatt di fotovoltaico sui tetti delle stalle, dell’officina e dell’agriturismo, e abbiamo in Regione un progetto per un impianto agrivoltaico da 69 megawatt. Se l’iter autorizzativo procederà senza intoppi, contiamo di aprire il cantiere nel 2027 per essere operativi nel 2028. L’agricoltura può essere la vera protagonista della transizione energetica».