Per capire che cosa significhi oggi essere cooperativa bisogna partire dalle parole, ma soprattutto dalla storia. Quella di un’impresa nata nel 1945 e cresciuta attraversando decenni di trasformazioni economiche e sociali. È da questa prospettiva che Luigi Marconi, presidente di Cocif di Longiano, guarda al modello cooperativo: non soltanto come a una particolare forma d’impresa, ma come a una cultura che continua a dare senso al lavoro e al rapporto con il territorio.
«La cooperazione, come dice la parola, è fare le cose insieme, aiutarsi». Per Marconi è questo il principio fondamentale, quello che esprime nella maniera più compiuta un’idea di solidarietà e, ancora di più, di fratellanza. Un principio che dovrebbe tradursi nella capacità di costruire realtà «più a misura d’uomo», nelle quali l’attenzione alle persone rappresenti un elemento distintivo.
Non si tratta soltanto di aspetti materiali, come i ristorni o il welfare, quando le condizioni economiche lo permettono. Il cuore della cooperazione, secondo Marconi, è costruire una cultura condivisa: una sorta di «pedagogia» attraverso la quale chi lavora in cooperativa possa sentire che quella realtà gli appartiene e che il proprio contributo può produrre valore anche per la comunità.
È anche questa consapevolezza a rendere particolare il tema della continuità. «Non c’è un proprietario: lo siamo tutti temporaneamente. La cooperativa, nella sua natura, porta con sé l’idea che chi oggi assume una responsabilità sia chiamato domani a consegnarla a qualcun altro. Un principio che può rendere più naturale il ricambio generazionale, pur senza cancellare i conflitti e le difficoltà che possono emergere in qualsiasi organizzazione».
La sfida della trasmissione
Proprio la trasmissione dei valori rappresenta però una delle questioni più delicate per il futuro. Marconi osserva come, rispetto a una ventina di anni fa, l’idea cooperativa possa essere oggi meno immediatamente compresa, soprattutto dalle generazioni più giovani. «Dobbiamo essere noi, che abbiamo qualche anno in più, a trasmettere il senso della cooperativa, il vero significato della cooperazione». Una necessità che si inserisce in una difficoltà più ampia: quella di trasmettere valori e senso di appartenenza in una società nella quale anche il rapporto con ciò che è comune appare più fragile.
Per questo la cooperazione non può limitarsi a difendere la propria storia. Deve riuscire a raccontarla e a renderla comprensibile alle nuove generazioni, trasformando le proprie radici in uno strumento per guardare avanti. «Sono radici, sì, ma radici progressiste, emancipatorie, inclusive», è la sintesi proposta da Marconi.
Una realtà legata al territorio
È anche in questa dimensione che il modello cooperativo può presentare una caratteristica particolare rispetto all’impresa privata. Non soltanto la ricerca del risultato economico, ma la necessità di tenere insieme impresa, persone e comunità. Un valore aggiunto. «Questo può significare, nei momenti più difficili, anche compiere sacrifici per mantenere il rapporto con il territorio, evitando che la risposta alle difficoltà sia necessariamente la delocalizzazione o la chiusura». La cooperazione, evidenzia il presidente, può trasformare un elemento apparentemente penalizzante dal punto di vista economico in qualcosa dal valore molto più elevato.
Una prospettiva che diventa particolarmente significativa in una fase nella quale le imprese devono confrontarsi con l’aumento dei costi e con scenari internazionali difficili da prevedere. Energia, materie prime, crisi geopolitiche e trasformazioni tecnologiche rendono il quadro sempre più complesso. Ma proprio in questo scenario, secondo il presidente di Cocif, la cooperazione può trovare una delle proprie principali forze nel suo stesso Dna: la capacità di collaborare.
Quando l’impresa fa anche cultura
C’è poi un’altra dimensione che Marconi considera parte integrante dell’esperienza cooperativa: la cultura. Nel suo ragionamento richiama l’esempio della scelta compiuta dalla cooperativa di investire anche nell’arte, attraverso l’acquisto di opere che hanno contribuito a costruire una collezione. Una scelta che nasce dalla convinzione che «l’economia non può essere slegata dalla cultura» e che l’impresa non debba occuparsi soltanto del lavoro in senso stretto, ma anche della dimensione umana delle persone.
Anche una mostra, in questa prospettiva, può quindi assumere un significato più ampio. Investire nella bellezza e nella cultura significa contribuire alla crescita della città, alla sua dimensione collettiva. «Se politico deve diventare polis, la città», osserva Marconi, l’investimento culturale diventa anche un atto rivolto alla comunità. Come nel caso dell’esposizione “L’Arte celata. La Collezione Cocif” allestita fino al 29 novembre al Polo Museale della Fondazione Tito Balestra di Longiano. Oltre 20 opere di alcuni dei più grandi maestri italiani del Novecento custodite nella storica sede della Cocif di Longiano esposte al pubblico. Una collezione nata dalla visione di Vincenzo Bellavista, storico presidente di Cocif, e dall’allora gruppo dirigente, che dalla metà degli anni Novanta volle affiancare alla crescita dell’azienda un progetto culturale. Nacque così una prestigiosa raccolta di opere pittoriche, dove il gesto dell’artigiano trovava il suo naturale dialogo con quello dell’artista.
Collaborazione come garanzia per il futuro
Con i valori del passato, la cooperazione guarda al futuro in un mondo che cambia rapidamente tra tecnologie e intelligenza artificiale e dove gli scenari economici possono modificarsi nel giro di pochi mesi. Ma proprio per questo, secondo Marconi, la caratteristica più profonda della cooperazione può continuare a rappresentare un punto di forza. «Che vuol dire cooperare, se non collaborare? La capacità di condividere responsabilità, affrontare insieme le difficoltà e mantenere un legame con il territorio può diventare una risorsa anche nei periodi più complessi».
Non una garanzia contro le crisi, ma una modalità per affrontarle. È questa, in fondo, la scommessa sul futuro: non conservare la cooperazione come un modello del passato, ma riuscire a mantenerne vivo il principio fondamentale. Fare insieme, condividere, sentirsi parte di una realtà che non appartiene a uno soltanto. Perché, conclude Marconi, se la collaborazione resta davvero nel Dna della cooperazione, allora quel modello può continuare ad avere un futuro «fra 5, 10 anni, 20 anni, 100 anni, mille anni».
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