L’agroalimentare e il nodo costi: “Così perdiamo competitività”

Schiacciati tra l’incudine dell’incremento dei costi e scarsi adeguamenti dei prezzi di listino, con una bolletta energetica che torna a far paura e un mercato dei consumi impoverito dall’inflazione. Paolo Cristofori, direttore generale di Fruttagel e di Deco Industrie, scatta una fotografia senza sconti sulle difficoltà dell’industria di trasformazione agroalimentare. Un settore energivoro e pesantemente colpito dagli effetti dei cambiamenti climatici, che fa da cerniera tra la terra e gli scaffali dei supermercati, chiamato oggi a difendere margini ridotti e a fare i conti con una concorrenza interna ed internazionale sempre più aggressiva.

Dottor Cristofori, dall’osservatorio sui consumi che segnali arrivano dal carrello della spesa dopo l’estate?

«I segnali evidenziano una sofferenza marcata. Con il prolungarsi delle tensioni geopolitiche internazionali e la spinta inflattiva, le famiglie si sono impoverite e la contrazione dei consumi per talune categorie di prodotti è ormai evidente. È una dinamica che preoccupa tutta la filiera, dall’industria alla Gdo, perché quando i consumi frenano si deprimono i fatturati complessivi. In questo scenario, chi si trova nel mezzo della filiera è colui che soffre di più: l’industria di trasformazione è il filtro tra il mondo agricolo e la grande distribuzione, una posizione particolarmente scomoda per realtà complesse come Fruttagel. Negli ultimi anni abbiamo riconosciuto aumenti di prezzo ai produttori agricoli per sostenerli. Tutti i costi, oltre ovviamente a quelli energetici, sono cresciuti a dismisura; ma nonostante ciò i ritocchi ai listini che abbiamo ottenuto su beni a basso prezzo e bassa marginalità non coprono neppure un quarto degli extra costi che interesseranno l’esercizio in corso».

Sul fronte energetico si registra una nuova fiammata. Quanto incide sui vostri bilanci?

«È la voce più critica. Dopo una tregua a inizio estate in cui si sperava in una stabilizzazione, da agosto in poi i costi di gas ed elettricità sono tornati a correre. Abbiamo attivato progetti di efficientamento in tutti i reparti aziendali, ma per quanto si possa ottimizzare la produzione e migliorare le rese, l’efficienza da sola non può assorbire un’onda d’urto simile. Rispetto alle previsioni di budget per l’esercizio 2026, Fruttagel sconta oltre 4 milioni di euro di extra-costi. L’efficientamento rimane la nostra leva primaria, ma in questa situazione è inevitabile intervenire sui prezzi di vendita».

Oltre all’energia, molte imprese lamentano la carenza di manodopera tecnica e specializzata. È così anche per voi?

«Assolutamente sì, ed è un freno pesante. Per ridurre i costi e aumentare la produttività servono investimenti in automazione e logistica; ma per investire serve chiudere bene i bilanci. Sul mercato mancano le figure tecniche adeguate: il sistema formativo scolastico non viaggia di pari passo con l’evoluzione tecnologica richiesta dalle fabbriche. A questo si aggiunge un mutamento generazionale: Fruttagel lavora a ciclo continuo, h24, con turni notturni e presidi nel fine settimana. Oggi è sempre più difficile trovare persone disposte a inserirsi in questo tipo di organizzazione del lavoro».

In questa tempesta economica, la forma cooperativa rappresenta un vantaggio o un limite?

«Non è affatto uno svantaggio, anzi: in momenti di forte impatto sociale come questo, la cooperazione è un valore aggiunto. I soci di Fruttagel sono cooperative agricole che conferiscono materia prima e tra i nostri sbocchi commerciali ci sono anche le cooperative della grande distribuzione. In una filiera di questo tipo dovrebbe esserci una naturale comunanza di valori e una capacità di dialogo più profonda per condividere le difficoltà. Non sempre il confronto è facile, ma la matrice cooperativa offre strumenti etici e relazionali più solidi per gestire le tensioni».

Qual è la priorità strategica che il sistema-Paese deve affrontare per non perdere quote di mercato?

«La transizione e la competitività energetica. Se non mettiamo l’industria italiana nelle condizioni di sostenere i costi di approvvigionamento di energia e carburanti, faremo sempre più fatica a competere all’estero e sul mercato interno. I nostri concorrenti diretti nell’agroalimentare sono anche Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, dove i costi energetici e il costo della manodopera sono sensibilmente inferiori ai nostri. Senza un riequilibrio strutturale su questi fattori, e senza uniformare a livello europeo le normative inerenti la qualità del prodotto, difendere la competitività delle nostre filiere diventerà ogni giorno più arduo».

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