Da 140 anni la cooperazione è un elemento di primo piano della vita sociale ed economica del Paese. Ieri, come oggi e come domani. La Biennale dell’Economia cooperativa di Milano, in programma il 9 e 10 ottobre, rappresenta un’occasione per guardare al passato, al patrimonio di valori che resta la base del movimento cooperativo, ma soprattutto per riflettere sul ruolo che il modello cooperativo può giocare nella crescita futura dell’Italia. Un ruolo che, alla vigilia dell’appuntamento milanese, il presidente di Legacoop Simone Gamberini affida alla capacità di «rimettere al centro le persone».
Intervista al presidente di Legacoop Simone Gamberini
Facendo riferimento al Manifesto di Legacoop, “Far crescere l’Italia, insieme”. Ecco, come è possibile riuscirci?
«Partiamo da un presupposto che in Romagna conosciamo bene: da oltre 140 anni la cooperazione organizza bisogni e passioni delle persone, soprattutto quelli che rischiano di essere lasciati soli dalla società, cercando di dare risposte su fronti diversi. Crediamo che il nostro Paese, nei prossimi anni, si troverà ad affrontare non soltanto grandi transizioni come quella ambientale e quella digitale, ma anche una transizione demografica molto importante. Arriviamo a questo appuntamento dopo trent’anni di bassa crescita e di una crescita molto preoccupante delle disuguaglianze. Per questo dobbiamo riflettere su come cambiare il modello di sviluppo del Paese, in modo da redistribuire e far emergere risposte ai bisogni, facendo crescere la società e non soltanto l’economia. Pensiamo che la mutualità, non soltanto nella forma dell’impresa cooperativa ma anche come modalità di approccio del sistema Italia, possa essere una delle soluzioni. È questo il senso del Manifesto che presenteremo durante la Biennale: non una semplice serie di richieste da mettere sul tavolo nel confronto con le istituzioni, ma la proposta di un cambio di passo. Nel 1945, quando c’era da ricostruire il Paese, l’Italia seppe rimettere in moto una trama di relazioni, istituzioni e soggetti sociali. Oggi dobbiamo avere la stessa capacità di ripensare la mutualità all’interno delle nostre istituzioni e del nostro modello di sviluppo. Dobbiamo riprendere in mano quella trama che, a nostro avviso, può garantire crescita, ma anche recupero di competitività e maggiore redistribuzione. Il Manifesto nasce proprio per questo: per mettersi a disposizione come strumento. Non siamo un ferro vecchio del passato, nonostante i 140 anni di storia. Anzi, pensiamo, come ha ribadito anche la Corte costituzionale con la sentenza 116 del 2025, che la cooperazione rappresenti una delle forme più avanzate di impresa. In una fase nella quale le risorse si concentrano sempre più nelle mani di pochi, dobbiamo avere il coraggio di pensare a un modello di sviluppo capace di redistribuire. La sentenza della Corte costituzionale riafferma qualcosa che noi pratichiamo quotidianamente e pone anche una domanda: perché non c’è stata, fino a oggi, una sufficiente capacità di promuovere la cooperazione? Abbiamo raccolto anche il messaggio che il presidente Mattarella ci ha lasciato alla scorsa Biennale e abbiamo cercato di tradurlo nella nostra volontà di contribuire alla rigenerazione del Paese. Il tema, in fondo, è quello del riequilibrio dei poteri. Perché rischiamo di trovarci in una situazione nella quale non abbiamo più soltanto un problema di disuguaglianze economiche, ma anche di democrazia economica. E allora il nostro non vuole essere soltanto un grido di dolore: vuole essere una riaffermazione della capacità della cooperazione di contribuire alla costruzione del futuro del Paese».
La cooperazione rivendica un ruolo anche su welfare, sanità, casa e servizi. Dove deve intervenire lo Stato? E quale spazio può occupare la cooperazione senza sostituirsi al pubblico?
«Non ci vogliamo sostituire allo Stato. Siamo sempre stati complementari al pubblico, con l’obiettivo di produrre valore, redistribuzione e bene comune. È nella natura stessa della cooperazione: il valore prodotto rimane nelle cooperative e viene trasferito alle generazioni successive e alla comunità. La domanda, quindi, non è se la cooperazione debba sostituire lo Stato, ma come possiamo, insieme allo Stato, essere una delle soluzioni a tanti problemi. Pensiamo alla casa: il modello cooperativo può offrire risposte che consentano l’accesso all’abitazione a persone che oggi fanno fatica a trovarla sul mercato. Pensiamo alle comunità energetiche, al sistema della cura e a quello previdenziale. La nostra storia dimostra che possiamo essere un soggetto che, insieme al pubblico, costruisce risposte capaci di garantire l’universalità dei diritti delle persone. Perché il punto centrale è proprio questo: mettere le persone al centro. Lo vediamo anche in esperienze molto concrete. Pochi giorni fa, in Romagna, è stato inaugurato un impianto di biometano promosso da Agrisfera. Oggi sempre più piccoli proprietari agricoli, se non si organizzano in forma cooperativa, non riescono ad affrontare una fase così complessa. Nell’aggregazione cooperativa trovano soluzioni per affrontare le difficoltà, raggiungere una dimensione adeguata e avere un accesso diverso al mercato. Abbiamo quindi la condizione, ma anche la volontà, di contribuire alla generazione di nuove risposte. È questo il ruolo che possiamo svolgere: non sostituire ciò che deve fare il pubblico, ma costruire insieme al pubblico condizioni diverse per affrontare bisogni che altrimenti rischiano di rimanere senza risposta».
L’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il lavoro e le imprese. La cooperazione può diventare un modello per governare questa trasformazione, oppure rischia di subirla come gli altri?
«Se guardiamo ai dati che abbiamo oggi, il mondo cooperativo è tra i soggetti che più di altri hanno cercato di portare la rivoluzione digitale dentro le imprese. Ma lo ha fatto cercando di mantenere un principio: l’utilizzo della tecnologia deve continuare a mettere al centro la persona. L’intelligenza artificiale può servire a ridurre i carichi di lavoro, ad aumentare l’efficienza, a migliorare i risultati. Ma il problema più grande, a mio avviso, riguarda i dati: come vengono utilizzati e da chi. Oggi una parte enorme di questo patrimonio viene gestita da pochi soggetti e spesso utilizzata per produrre profitti che finiscono nelle mani di pochissime persone. Qui il modello cooperativo può aprire una prospettiva molto interessante. Dobbiamo cominciare a pensare a cooperative di dati, oppure a forme che mettano i soci nella condizione di avere realmente il possesso e il controllo dei propri dati. È un elemento chiave di democrazia e di democrazia economica. Attraverso un modello cooperativo applicato ai dati si può cambiare l’ordine dei fattori. Possiamo decidere come utilizzare i dati, come condividere il valore economico che producono oppure, quando è opportuno, come condividere con le istituzioni il valore sociale che quei dati possono generare. È un passaggio fondamentale perché consente di riportare la dimensione del dato da puramente estrattiva a una che restituisce potere alle persone. La forma cooperativa può quindi offrire una risposta che va oltre il semplice modo in cui le imprese si adattano al digitale. Può rimettere la proprietà del dato al centro di una dimensione collettiva. E questo, rispetto a ciò che avviene oggi, significa riequilibrare i poteri. È un processo sul quale stiamo lavorando anche guardando all’evoluzione della normativa europea sulla proprietà e sull’utilizzo dei dati. Stiamo cercando di percorrere una strada che produca effetti sia sul mercato sia sui diritti delle persone. Anche questo è un elemento chiave della sfida che abbiamo davanti».
Legacoop ha una storia di 140 anni: quali sono, secondo lei, i valori del modello cooperativo che devono rimanere intatti e quali invece devono necessariamente cambiare per parlare alle nuove generazioni?
«I principi e i valori della cooperazione restano incredibilmente attuali. È quello che avviene in tutte le fasi di grandi rivoluzioni o di grandi cambiamenti economici: alcuni elementi distintivi, se sono realmente profondi, mantengono il loro valore. Penso al principio democratico, alla redistribuzione degli utili, alla centralità della democrazia interna, alla partecipazione, alla formazione. Sono elementi che oggi molti giovani cercano quando si avvicinano al mondo dell’impresa. Il problema è che spesso non trovano questi valori in altri modelli organizzativi. Quello su cui dobbiamo lavorare riguarda invece gli ostacoli, di natura normativa ma anche organizzativa, che oggi non fanno prevalere, nella costituzione di nuove imprese, l’elemento cooperativo come elemento vincente. Dobbiamo intervenire anche sul piano dell’organizzazione per favorire il ricambio generazionale, che è fondamentale per continuare quel processo virtuoso che ha caratterizzato tante cooperative. Se parliamo di democrazia e partecipazione nell’impresa, parliamo di qualcosa che molti cercano. E spesso ritrovano proprio nella dimensione cooperativa. Sono elementi storici, ma anche incredibilmente attuali, che dovrebbero tornare al centro della discussione. Veniamo da quarant’anni nei quali si è affermato un modello di impresa che non metteva necessariamente al centro la persona. Oggi mi sembra che ci sia una nuova attenzione verso questo tema. I principi distintivi della cooperazione restano quindi validi. Pensiamo, per esempio, a tante professioni che con la rivoluzione digitale si ritrovano trasformate profondamente quando vengono inserite dentro grandi studi professionali o grandi organizzazioni, mentre possono mantenere una dimensione diversa se organizzate in forma cooperativa. Ci sono molti settori nei quali la cooperativa può rappresentare una risposta, permettendo alle persone di sentirsi più tutelate e di mantenere una maggiore capacità di partecipazione alle decisioni».
In un Paese segnato da disuguaglianze crescenti, salari stagnanti e crisi demografica, la cooperazione può ancora essere una risposta alternativa al modello economico dominante? E come può essere più competitiva?
«È quello che facciamo quotidianamente. Vengo da pochi giorni da un’assemblea in Calabria, dove abbiamo incontrato esperienze di giovani che avevano scelto di studiare e vivere al Nord e che, attraverso la forma cooperativa, hanno deciso di tornare nelle terre d’origine e avviare attività agricole per riattivare realtà del sistema economico locale. L’impresa cooperativa può essere una soluzione anche in questo senso: unire le persone e creare le condizioni per far rinascere un’economia dove si è indebolita. È un presidio di prossimità che produce innovazione sociale e sviluppo del territorio. Lo stesso vale per la casa. Il modello cooperativo, attraverso la proprietà indivisa, può dare una risposta a tante persone che oggi non riescono a trovare un’abitazione in affitto a prezzi sostenibili. Se tutto viene lasciato al mercato, il mercato tende a trovare soluzioni per il mercato, non necessariamente per le persone. E qui torniamo al tema dell’innovazione. La cooperazione può rappresentare un modo diverso di innovare perché mette insieme persone, competenze e bisogni e prova a costruire una risposta collettiva».
Ma può davvero una cooperativa contribuire a far rinascere un territorio? Qual è il vantaggio rispetto al modello economico dominante?
«Lo vediamo soprattutto nelle aree interne, dove il progressivo abbandono sia da parte del pubblico sia da parte del privato ha prodotto spopolamento e impoverimento dei servizi. In questi territori oggi la cooperazione di comunità può rappresentare uno strumento per riattivare non soltanto le persone, ma anche i territori. Può farlo attraverso l’offerta di servizi, attraverso la valorizzazione del territorio, anche attraverso la cultura. In molte aree interne la cooperativa di comunità sta diventando una condizione per ridare un futuro a territori nei quali manca progressivamente tutto: servizi, attività economiche, occasioni di lavoro. E quando si riescono a creare le condizioni perché le persone rimangano, o addirittura perché tornino, il risultato non è soltanto economico. È una comunità che riprende vita. Abbiamo esperienze che mostrano anche un ritorno della popolazione, con l’obiettivo non semplicemente di fermare lo spopolamento ma di far crescere la comunità. C’è un valore straordinario in questo: rimettere in moto un territorio significa restituire un ruolo alle persone e consentire loro di riprendere in mano il proprio destino. Sono processi che spesso partono dalle gambe di pochi giovani, ma che poi riescono a coinvolgere diversi settori della cooperazione, dai servizi sociali all’agricoltura, fino alla valorizzazione culturale. E così possono creare una vera inversione di tendenza. È un modello di sviluppo diverso, nel quale persone e comunità riprendono in mano il proprio destino insieme. Questo è un valore che la cooperazione può restituire e che, soprattutto nelle aree interne, può essere promosso molto di più. Non stiamo parlando di decrescita. Non siamo per la «decrescita felice». Siamo per riattivare comunità e persone, per consentire loro di vivere meglio e avere più opportunità. Possono sembrare piccole cose, ma se riguardano un terzo della popolazione italiana e una parte del Paese che non può essere abbandonata a se stessa, allora diventano una grande idea di Paese».