E dopo la guerra, il terremoto e i profughi, anche la “spagnola”

Il 4 novembre 1918, all’annuncio dell’armistizio con l’Austria e quindi della pace, i riccionesi si riversano per strada a festeggiare la fine delle ostilità. C’è contentezza nei volti, ma anche mestizia. E c’è anche chi non riesce a trattenere le lacrime. Il tributo di sangue che Riccione ha versato alla Patria è alto: quando si faranno i conti della Guerra del Quindici, tra morti in combattimento, per ferite e dispersi, mancheranno all’appello una sessantina di giovani. Troppi, per una frazione di poco più di 5.000 abitanti. E non è tutto, poiché a questi decessi vanno aggiunti anche quelli provocati dalla pandemia di “Spagnola”.

Già, la “Spagnola”. Questa funesta «malattia del pollame», detta anche «bronco polmonite influenzale» – definizioni che troviamo nelle cronache dei giornali dell’epoca –, inizia nella primavera del 1918 ed ha il suo picco in autunno. Nel riminese fa un numero impressionante di vittime. Le autorità sanitarie, impreparate a gestire l’infezione per la non conoscenza del flagello, si limitano ad emanare disposizioni per evitare il contagio: «non viaggiare, non frequentare luoghi chiusi, disinfettarsi, ingerire pasticche di chinino». La “Spagnola” cesserà di provocare lutti solo nei primi mesi del 1919 e solo allora la situazione sanitaria del riminese tornerà ai livelli ordinari.

La straziante affezione ci porta al grave problema della sanità che Riccione dovette affrontare durante il contagio. La patologia trovò il paese e la campagna privi del loro medico condotto, il dott. Federico Riccioni. Questi, molto stimato dalla popolazione, era sotto le armi e in sua vece si alternavano alcuni sanitari forestieri obbligati da restrizioni di servizio a svolgere la propria opera solo all’interno del Ceccarini e, di conseguenza, lasciando senza cure i pazienti della campagna (cfr. L’Ausa, 7 e 15 febbraio 1919). Durante questo tormentato periodo diverse famiglie di San Lorenzo in Strada, nella impossibilità di trovare assistenza medica ai propri malati, dovettero ricorrere a dottori di Coriano, Montecolombo e Rimini e pagare profumatamente le visite per il sovraccarico del viaggio. In alcuni casi qualcuno fu costretto addirittura a far ricorso a medici austriaci detenuti nel campo di concentramento dell’Abissinia. E possiamo immaginare con quanta soddisfazione dei pazienti (cfr. L’Ausa, 7 e 15 febbraio 1919).

Qualche medico forestiero, tuttavia, cercò di alleviare le apprensioni dei riccionesi adoperandosi oltre il dovuto. Ci riferiamo, in questo caso, al capitano medico Ruggero Marcer, in servizio presso la colonia veneta; il quale, sebbene impegnato con i numerosi esuli, non rifiutò mai di portare il proprio conforto a pazienti borghigiani, neppure a quelli domiciliati fuori sede. Quando questo dottore lasciò il paese «per riprendere la sua condotta nelle terre riconquistate in provincia di Treviso», L’Ausa, a nome dei riccionesi, sentì il dovere di ringraziarlo pubblicamente. «Per parecchi mesi – attesta il giornale cattolico – svolse le sue cure, per ordine del Ministero della guerra a beneficio dei malati profughi e cittadini di Riccione e San Lorenzo in Strada. Per il lavoro straordinario ed abilmente compiuto nel breve ma difficile periodo lascia di sé buonissimo, incancellabile ricordo in tutti coloro che esigono dal medico, non blande parole o ciarlatanerie, ma scienza ed abilità. Al bravo dottore, il nostro saluto e la nostra gratitudine siano anche l’augurio di nuovi splendidi successi» (cfr. L’Ausa, 25 gennaio 1919).

Ma una rondine non fa primavera. Medici con le caratteristiche umane e professionali di Marcer, durante la “Spagnola”, ne sarebbero occorsi diversi. Riccione e soprattutto San Lorenzo si trovarono, invece, senza un adeguato servizio sanitario. Una lacuna gravissima, che dette adito a diverse proteste, l’ultima delle quali addirittura per iscritto. In data 17 gennaio 1919 oltre 600 abitanti delle due borgate firmarono una istanza, inviata al sindaco di Rimini, affinché intercedesse presso le autorità dell’esercito per ottenere l’esonero dal servizio militare del titolare della loro condotta (cfr. L’Ausa, 25 gennaio 1919). Il dott. Federico Riccioni, «valente medico ed integerrimo cittadino», farà ritorno in paese solo all’inizio dell’estate, quando ormai la pandemia avrà cessato di provocare lutti. Con il suo arrivo la situazione sanitaria di Riccione e San Lorenzo in Strada tornerà ai livelli ordinari.

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