E con la bionda “platinée” si cominciò a sognare l’America

Estate 1935. Ultima estate di quiete. In ottobre l’Italia entrerà in guerra contro l’Etiopia, poi sarà un conflitto dopo l’altro: Spagna, Albania, Francia, Grecia … . Non sono in molti, tuttavia, ad avvertire gli inquietanti segnali. Anzi, stando alle cronache della calura, la bella stagione trascorre più spensierata del solito. E Rimini, con le sue divagazioni, rappresenta più che mai un invito a perdersi in un clima di dolce e incosciente ebbrezza. Il nuovo ritmo dell’estate batte sul lungomare Vittorio Emanuele III, la moderna passeggiata di circa un chilometro e mezzo tra il mare e le ville ultimata in giugno. Qui, nel tardo pomeriggio e la sera, «il movimento policromo dei bagnanti e il rombare febbrile delle macchine fanno pensare alla vita pulsante di una grande metropoli». Il girare a vuoto su questa grande arteria, assaporando l’atmosfera eccitante che vi si respira, fa notizia e attira gente. Molte celebrità della politica, del palcoscenico e dello schermo si contendono gli onori della passerella e la loro presenza aumenta il prestigio di questa seducente vetrina delle vanità.

I primi di luglio anche Jean Harlow (1911-1937), bionda platinée del cinema americano a Rimini per qualche giorno di riposo, non si sottrae ai riti della spiaggia più affascinante d’Europa: la sera si fa notare nei locali da ballo «stretta al suo cavaliere come una pupattola lenci» e nel pomeriggio, dopo fugaci apparizioni nei pressi della riva, si offre agli sguardi vogliosi della folla del lungomare (Corriere del mare, 12 luglio 1935).

Di Jean Harlow, 24 anni, una precoce e brillante carriera cinematografica, si conosce ben poco, ma quel poco che è filtrato da oltre oceano basta e avanza per ingigantirne il mito di donna spregiudicata, dalla sessualità aggressiva e irresistibile. Le sue avventure sentimentali, confuse spesso con le storie scabrose delle sue pellicole, fanno scalpore e, come di solito accade, persino moda. Molte bagnanti hanno, come lei, i capelli decolorati, le sopracciglia rasate e la bocca vermiglia. La biondissima “star” è l’argomento dell’estate. Si discute dei suoi spostamenti sul lungomare, delle calorose attenzioni che riceve dagli habitué di Zanarini – il caffé-gelateria più “in” della riviera –, dei suoi audaci passi di danza che mandano in estasi i ballerini dell’Embassy e, naturalmente, della sua prorompente bellezza dall’impalcatura solida e compatta che ha conquistato il sesso forte dei villeggianti.

E a proposito di bellezza, in questo periodo due intriganti disegnatori imperversano sui giornali balneari riminesi: Giulio Cumo (1906-1992) e Italo Roberti (1904-2003). Per la loro “maliziosa matita” anche la bellezza deve soggiacere alle esigenze dell’umorismo. Il primo, con le sue argute illustrazioni sui gagà del Kursaal e sulle bagnanti che occhieggiano i bellimbusti del bagnasciuga, racconta con ironia la dolce vita del mondo vacanziero riminese; il secondo, più cervellotico e “maldicente”, a volte addirittura spigoloso con le sue “vignette all’arsenico”, ne evidenzia le manie e i tic. Chi dei due poteva cimentarsi nell’alterazione grottesca dei lineamenti di Jean Harlow? Roberti (Rob), naturalmente! Cumo (Ardo), che per il suo proverbiale “buonismo” era chiamato il «principe-gentiluomo della parodia», non se l’è sentita di giocare sui connotati dell’illustre ospite. E così, sul Corriere del mare del 12 luglio 1935, della diva compare solo la caricatura di Roberti. Un profilo, che sebbene strapazzi alcune caratteristiche somatiche del volto dell’attrice – fronte e naso – le mantiene il garbo e non le fa perdere di simpatia e neppure di fascino. Tant’è che Jean, con molto fair play, una volta visionato lo schizzo, si congratula con il bravo vignettista.

A chiusura di questa parentesi sulla caricatura degli anni Trenta, ci sembra doveroso aggiungere una postilla. In quel periodo, timido allievo delle monellerie di Cumo e Roberti, era Federico Fellini (1920-1993). Stregato dall’estro di quei due straordinari mostri sacri dell’humour casereccio, il futuro Maestro del cinema italiano iniziava a muovere i primi passi sul set della vita sfornando effervescenti bozzetti di quella “riminesità” che in seguito, per la sua geniale fantasia, avrebbe assunto una dimensione universale.

Torniamo alla Harlow. Anche la stampa locale, al pari di Italo Roberti, ha riguardo della star di Hollywood: di lei parla, ma con discrezione. Descrive l’eleganza dell’abbigliamento, l’incanto dello sguardo, la grazia dell’“incedere”; si sofferma sul «suo modo di vivere dinamico e veloce, impulsivo e dolce». Evita, tuttavia, i particolari più intimi che invece emergono a vivacizzare il cicaleccio sotto le tende tra una spalmata e l’altra di olio solare. E su questa sublime creatura, miscuglio di sensualità e pigrizia, di candore e disponibilità, si concentrano le illusioni e i sogni di tanti “giovani leoni” nostrani.

Ma i gusti cambiano in fretta, soprattutto quando si deve sopravvivere. In autunno molti di coloro che sotto il caldo umido dell’estate si sono dichiarati pronti a fare pazzie per la bella americana cominciano, per spirito di corpo, ad “imbarcarsi” su di un altro cliché femminile, più esotico e meno sofisticato, interamente confezionato dal regime fascista ed esaltato nei versi e nelle orecchiabili note di Faccetta nera.

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