Rimini, due albergatori: “Addio ai turisti, spazio ai bisognosi”

«Abbiamo detto addio ai turisti, per accogliere i bisognosi in hotel. Ecco perché». È un architrave del welfare riminese la “Locanda tre angeli” costruita a Torre Pedrera da Oreste Angeli a partire dal 1962. A raccoglierne il testimone sono i figli Vilma e Giuseppe con la madre Ada che hanno affidato la struttura alla Caritas diocesana nel dicembre 2020. Sul tavolo il progetto per accogliere i senza dimora, fronteggiando l’emergenza freddo.

Per portare a compimento l’intento, Caritas si è iscritta all’Associazione italiana albergatori e dal canto suo l’amministrazione comunale ha accordato un contributo di 55mila euro sino al 30 giugno 2021. Al taglio del nastro erano state ipotizzate successive modalità di accoglienza temporanea per persone sotto sfratto o alla ricerca di alloggio, ma anche l’uso come albergo sociale per vacanze estive o punto sinergico di eventi. Gli ultimi a varcare la soglia sono stati i rifugiati ucraini.

Intanto con la valanga di sfratti in arrivo, il Comune è corso ai ripari mettendo in campo la soluzione dell’Albergo sociale e quasi 400mila euro. Di quest’ultima forma di approdo dove traghettare chi vive un’emergenza storica senza precedenti si parlerà però solo a maggio.

Vilma e Giuseppe, in questo momento chi è ospitato nella vostra struttura e con quali ritmi?

«Una parte dell’albergo, che può accogliere 73 persone, è riservata a una ventina di senza fissa dimora, quest’anno distribuiti in camere doppie e un’altra a una trentina di profughi ucraini (tutte donne e bambini tranne tre uomini di cui uno anziano). Questi ultimi nuclei occupano due piani. L’orario per la colazione è piuttosto elastico, agli altri pasti provvede la Caritas con monoporzioni sigillate».

Perché questa scelta fuori dal coro?

«Il motivo è semplice, noi siamo credenti e abbiamo pensato che questo fosse il modo migliore per mettere a frutto il capitale lasciato da nostro padre scomparso nel 2007. Di alberghi ce ne sono tanti, da tempo volevamo realizzare qualcosa diverso. Restiamo convinti di aver fatto la cosa giusta, ma non cerchiamo visibilità, né pubblicità, perché la nostra scelta non ha nulla di speciale. Avevamo cinque pani e due pesci e li abbiamo messi nelle mani del Signore».

Seguiranno altri step?

«La speranza è che questo sia solo l’inizio e che si riesca a coinvolgere sempre di più il territorio».

È filato tutto liscio?

«All’inizio qualcuno era spaventato dalla novità, com’è comprensibile. Così siamo stati tempestati da mail un po’ allarmate, ma alla fine tutti hanno capito che ospitare chi ha bisogno non avrebbe creato problemi di nessun tipo né per i residenti, né per i turisti. Nell’accogliere è innegabile che alcuni gesti feriscano, ad esempio quando qualcuno strappa i fiori dai vasi, ma bisogna rispettare e conoscere culture e mentalità differenti. Non è sempre facile, lo sottolinei per favore, perché non vogliamo essere idealizzati. Ma è bello veder giocare sull’altalena i piccoli in fuga dall’orrore guerra o anche solo sentirli ridere».

Quali differenze notate rispetto al passato da albergatori tradizionali?

«Clochard, ucraini o turisti che siano, tutti gli ospiti ci hanno sempre infuso gioia, ma sapere che alcune persone hanno finalmente un tetto sulla testa ci rallegra anche di più. Agli albori del turismo, sto parlando degli anni Sessanta, la mole di lavoro era enorme. Anche per questo siamo orgogliosi degli sforzi dei nostri genitori e vorremmo che fossero un esempio, ma i ritmi erano frenetici, si arrivava alla sera sfiniti e già si pensava alla colazione dell’indomani. Molti come mio padre l’hanno pagata cara, rimettendoci la salute. Ora accogliamo chi attraversa un momento critico, mentre la terza generazione ha scelto altre strade fuori dal mondo alberghiero. Le vie del Signore sono davvero infinite».

Cosa vi ha sorpreso?

«Capire che per qualcuno è difficile restare fra quattro mura, molti clochard hanno preferito rifiutare quest’opportunità e tornare in strada nonostante il freddo».

Quale insegnamento avete tratto dall’esperienza?

«Che si può esser felici anche quando non si ha niente. Alcuni clochard si svegliano cantando».

Un episodio fra tanti?

«A volte nostra madre Ada che ha 90 anni cerca di spiegare ai bimbi ucraini la storia dell’albergo, anche se non parlando la stessa lingua è pressoché impossibile».

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