Come stai don Giorgio? «Ottimamente!». Sempre ad alta voce e col punto esclamativo: la risposta non è mai cambiata nei suoi settantotto anni di vita. Neppure la mattina di martedì 6 ottobre, poche ore prima che lo addormentassero per intubarlo e attaccarlo alla ventilazione meccanica, quando la voce era sempre più debole e la Tac aveva già raccontato di una funzionalità polmonare molto compromessa. L’obiettivo del pastore arrivato a Riccione da San Savino nel ’67 è rimasto lo stesso anche negli ultimi istanti di lucidità: «Se sono proprio io a piangermi addosso, come posso dare forza al prossimo?».

Quello di don Giorgio Dell’Ospedale era un approccio spirituale ma al tempo stesso estremamente laico: «Vi voglio vivi!», diceva dal pulpito quasi ogni domenica, intendendo che le persone del suo gregge le voleva energiche, gioiose, divertite, generose, entusiaste in famiglia, al lavoro o a scuola. Credenti nella vita. Vive per davvero.

Per i sermoni aveva uno schema collaudato in cinquantatré anni di sacerdozio. Accelerava al massimo le parti ripetitive della messa, poi, salito al pulpito, metteva in fila i problemi che lo preoccupavano per la Punta dell’Est (il suo quartiere), la città di Riccione, l’Italia o il mondo intero. Chiamava i parrocchiani a farsi carico ciascuno delle proprie responsabilità ma sempre indicando una soluzione percorribile, mostrando una luce di speranza. Quasi sempre terminava con un aneddoto divertente, una battuta magari in dialetto, qualche volta persino con una barzelletta. Amava sdrammatizzare nella convinzione che una chiesa capace soltanto di ammonire, colpevolizzare o annoiare i fedeli non fosse una chiesa “umana”.

«Essere umani»

Per don Giorgio Dell’Ospedale l’“essere umani” era alla base del cristianesimo. Predicare, naturalmente, ma praticare, soprattutto. In maniera quasi occulta – o forse meglio dire non sempre esplicitata – era una sorta di Robin Hood dei Santi Angeli Custodi, la sua parrocchia, la zona più conservatrice della città. Chiedeva (tanto) ai ricchi – donazioni, vestiti, alimenti e ogni bene di prima necessità, «mi basta fare un appello e arriva ogni ben di Dio» – per dare ai poveri, sovente evitando di chiarire che il frutto della carità concessa da chi fuori dalla chiesa predicava “prima gli italiani” sarebbe andato proprio alle famiglie immigrate in difficoltà. Anche qui approccio risolutivo e “umano”: io la predica non la faccio sui migranti così voi, anche se avete idee diverse, alla messa ci venite lo stesso e dopo la funzione quel che ho raccolto lo porto ai bisognosi, tutti. Perdite di tempo non ne concedeva a nessuno – “meno chiacchiere e più fatti” – ma la sua porta era sempre aperta: «Essere umani vuol dire accogliere le persone a prescindere – raccontava -: quando bussano a questa porta o a questa chiesa non chiedo mai di che partito sono, né di che religione sono, non guardo al colore della pelle, bianca, nera o gialla ma dico prego si accomodi. Poi ascolto e se c’è bisogno aiuto». In apparenza agli antipodi, quantomeno nello stile, aveva avuto come padre spirituale don Oreste Benzi, «mi è toccata la fortuna di avere un santo», amava sottolineare. Nessuno però gli dia del catto-comunista, per carità, lo offenderebbe moltissimo: dal suo studio non ha mai tolto il decreto del Sant’Uffizio dove al punto uno sta scritto “E’ peccato grave iscriversi al partito comunista”.

Il cuore fragile

All’apparenza tosto e imperturbabile, specie negli ultimi anni doveva sforzarsi parecchio per non mostrare un cuore fragile. Il giro delle benedizioni, a cui non ha mai rinunciato fino al lockdown – uno dei pochi tra i parroci della provincia -, per lui era uno strazio. Riteneva un compito irrinunciabile per un pastore quello di entrare almeno una volta l’anno nelle case dei suoi parrocchiani, stabilire un minimo dialogo, conoscerne i problemi ed eventualmente farsene carico. Ma gli costava una gran fatica, non tanto per l’età che avanzava, avendo compiuto 78 anni, ma per il prezzo emotivo che doveva pagare. Gli anziani malati e soli, abbandonati dai figli, lo devastavano, provocandogli sentimenti misti tra impotenza, disperazione e rabbia, che poi sfogava anche all’altare. Più di tutti erano però i bambini poveri o maltrattati a spezzargli il cuore. In un sottoscala aveva trovato una famiglia africana con tre bimbi al freddo in pieno inverno: «Il riscaldamento costa troppo, don, non possiamo accenderlo». Versate tutte le lacrime che non era riuscito a trattenere lasciando la casa, era tornato con i soldi del gas per qualche mese. «Teneteli al caldo e quando avete bisogno di nuovo mi richiamate».

La politica

Era il suo modo pratico e “umano” di fare politica, di occuparsi della sua comunità. Poi c’era la politica del palazzo e anche quella lo appassionava parecchio, non mancando di provocare imbarazzi (sempre tollerati) in Diocesi. Per decenni si era limitato a fare eleggere (più o meno indirettamente) almeno un paio di consiglieri comunali tra le liste della Democrazia Cristiana. Fino alle due elezioni di Daniele Imola, comprese, aveva sempre avuto relazioni burrascose con i sindaci comunisti o post comunisti di Riccione: con Terzo Pierani il rapporto era da saga di Guareschi mentre con Imola erano addirittura arrivati a minacciarsi querele prima di trovare una modalità di convivenza accettabile per entrambi. Dopo di che era “sceso in campo”, adoperandosi anche dall’altare («la messa è finita, andate a… votare») per fare eleggere Massimo Pironi del centrosinistra, per poi cambiare schieramento, cinque anni dopo, e sostenere la vittoria di Renata Tosi per il centrodestra. Per poi cambiare ancora, tre anni più tardi, e tornare al centro, sostenendo Carlo Conti. Sapeva di avere un gregge che lo seguiva e, nella convinzione di essere nel giusto, indicava la “luce” anche in cabina elettorale, non mancando di attirarsi qualche antipatia che sopportava comunque bene.

La folla lo adorava

Del resto che fosse il parroco più amato quantomeno della provincia lo dicono i numeri, non bastassero le testimonianze d’affetto che stanno invadendo le parrocchie e il web. La messa di Natale, per dire, da quasi una decina di anni doveva celebrarla nel palazzetto dello sport di Riccione per potere accogliere i tremila fedeli che lo seguivano, mentre in Duomo il vescovo non andava oltre mille anime. Le sue feste parrocchiali erano organizzate da qualcosa come duecento volontari. E anche in pieno lockdown aveva messo in fila numeri da record su Youtube con decine di messe e saluti quotidiani da migliaia e migliaia di contatti.

Il grande carisma

Sempre sorridente, sempre incoraggiante, sempre schietto e netto. Dotato di un carisma certamente fuori dall’ordinario, amava andare dritto al punto: per dire, nel suo ufficio chi lo incontrava si trovava di fronte a cartelli con scritto “Prima di parlare assicurarsi che il cervello sia collegato” o “L’ignoranza è la peggiore delle povertà”. Soggezione ne metteva ma predicava anzitutto gioia, divertimento, una chiesa che desse risposte. «Meno forme stantie e più sostanza, volto umano: seguire Gesù deve fare essere più contenti, mai intristire, dobbiamo cantare». Bambini e ragazzi lo adoravano, seguendolo a centinaia e centinaia ogni estate nei campeggi sulle Alpi ma anche affollando i campi da calcio e basket attorno alla sua chiesa, le sale del catechismo e quelle del Gruppo giovani.

Religione e stare bene

Il segreto del suo successo stava principalmente nel senso pratico, nel sapersi calare nei panni del prossimo, nel trovare soluzioni concrete a problemi reali. Organizzatore impareggiabile, riusciva a raggiungere il punto d’incontro tra i dettami della religione e le esigenze dei fedeli. A volte privilegiando lo spirito, trascinando centinaia di fedeli in pullman a Lourdes, altre meno, come quando portò una cinquantina di riccionesi in vacanza-pellegrinaggio a Santo Domingo. Don, ma cosa c’era di tanto cristiano a Santo Domingo? «Beh… santo è santo». Battute a parte, che non disdegnava mai, «il cristianesimo è innanzitutto fare stare bene le persone».

Il marketing mariano

Una dozzina di anni fa si era inventato la figurina-premio per la messa serale del mese mariano, riempiendo la chiesa di bambini ogni sera. «Marketing? I bimbi si divertono a finire l’album con le immagini della Madonna e intanto vengono a messa, almeno centocinquanta tutte le sere».

Un successo celebrato e certificato anche dal vescovo Francesco Lambiasi che dopo la visita pastorale di dieci anni fa gli aveva rivolto parole di grande stima: «(… ) Ho potuto cogliere dal vivo il – permettimi di etichettarlo così – metodo “del Don”. Tu, don Giorgio, hai ricevuto il “carisma” di educare alla fede le giovani generazioni, e la lunga esperienza, acquisita in presa diretta sul campo, ti ha portato a collaudare un metodo educativo condito di simpatia attraente, di elevata efficacia comunicativa, di ordine e precisione, ma anche di gioia frizzante e contagiosa. Mentre ti vedevo alle prese con quella marea di sguardi calamitati dalla catechesi semplice e penetrante e dalla tua capacità magnetica nel far pregare i bambini, ma anche nel farli cantare e perfino divertirsi, mi venivano in mente gli slogan di tre grandi educatori: “Rendete contenti quelli che volete rendere buoni” (Don Bosco); “La via più breve alla santità è l’allegria” (s. Filippo Neri); “Ai ragazzi e ai giovani dobbiamo presentare un Gesù simpatico” (Don Oreste)».

Don Giorgio conosceva personalmente ogni suo parrocchiano, avendoli in gran parte battezzati e sposati, ma si sforzava sempre di documentarsi prima di ogni funzione religiosa, evitando di scadere nel generale e astratto che riteneva intollerabile per un sacerdote. Non celebrava un funerale senza prima avere attinto dalla propria memoria o da quella dei cari della persona scomparsa aneddoti ed elementi salienti della vita vissuta. Era anche questo un modo per “essere umani”, per fare sentire persone e non numeri i componenti della sua comunità.

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Enea Abati
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Operaio dell’informazione alla redazione di Rimini del Corriere Romagna. Moroso di Roberta, babbo di Nina e Linda. Vivo a Rimini ma tifo parecchio Cesena. Il mio mondo ideale? Quello prima di Internet.

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