Dòmini e la storia di due fratelli su fronti opposti

RIMINI. Il bolognese Marcello Dòmini, (classe 1965), medico chirurgo e professore associato all’Università di Bologna, debutta nelle librerie con “Di guerra e di noi” (Venezia, 2020, pp. 671, Marsilio Editore), corposo romanzo storico ambientato tra Bologna e le campagne emiliano-romagnole.

Il libro racconta la storia dei due fratelli, Candido e Ricciotti Chiusoli, e li segue attraverso i difficili anni compresi tra i due conflitti mondiali, periodo complesso in cui in Emilia, più che altrove, si andavano diffondendo ideologie contrapposte e inconciliabili.

Una dolorosa separazione

La narrazione parte nei dintorni assolati del piccolo borgo di Castenaso e prende il via da una dolorosa separazione, comune in quegli anni a molte altre famiglie italiane: due fratelli, rispettivamente di nove e sei anni, rimasti orfani quando il padre Gaetano non fa ritorno dalle trincee della Prima guerra mondiale, perito sui monti del Trentino; due bambini costretti a dividersi e proseguire su strade diverse. Ricciotti, il più grande, grazie al sussidio offerto ai primogeniti orfani di guerra, andrà a studiare in un collegio nel centro di Bologna dove assisterà molto da vicino all’avvento del fascismo, cui aderirà con convinzione nei primi anni. Il più piccolo, Candido, resterà invece con la madre al mulino ove da generazione la famiglia vive e si avvicinerà alla Resistenza partigiana.

Fratelli diversi

Pur se cresciuti in ambienti differenti e con ideologie distanti, i due fratelli manterranno sempre l’affetto reciproco che li porterà a proteggersi e a condividere un ambizioso progetto comune per garantire un futuro all’attività agricola della famiglia, consolidata e antica tradizione che negli anni ha garantito la sopravvivenza di ben tre generazioni dei Chiusoli.

Attraverso l’accorato racconto delle vicende dei protagonisti, Dòmini ripercorre gli anni difficili e duri dell’Italia sotto il fascismo, la guerra e la lotta partigiana, in un grande romanzo popolare in cui si intrecciano le vicende di tanti personaggi, alcuni reali (come il capo del fascismo bolognese Leandro Arpinati o “Mimma”, figura iconica della Resistenza), altri frutto dell’immaginazione dell’autore ma perfettamente inseriti nel contesto storico: la narrazione – sovrapponendo la fiction alla precisa narrazione dei fatti storici – offre così uno spaccato sulle vicende che hanno interessato il Paese e al tempo stesso rappresenta la contrapposizione fra due mondi differenti, quello borghese cittadino e quello contadino, e sottolinea l’eterno dilemma tra l’ideale tradito e la cruda realtà.

Il libro si configura anche come un atto d’amore verso una città e una campagna, quella emiliano-romagnola – efficacemente rappresentata nelle descrizioni di luoghi simbolo come Rocca delle Camminate, Rocca San Casciano e il forlivese – fatta di uomini capaci di grandi slanci ideologici, ma al tempo stessi pragmatici e pronti a lottare per migliorare la propria vita e quella delle persone che amano.

Bologna e il Forlivese

I luoghi descritti – quella Bologna narrata con precisione certosina, quasi fosse la Barcellona di Montalbàn o il Sudamerica delle pagine di Márquez, ma anche i paesaggi naturali delle zone attorno alla città o nei pressi di Forlì – diventano centrali, paiono animarsi di vita propria: ed ecco allora che le corse tra i campi, i giochi nella paglia, le vie cittadine si fanno eco e contraltare alle passioni che animano gli attori della vicenda; ed ecco il mulino, perno di quelle esistenze che da sempre si sono mosse sotto il sole e le ombre di quella campagna che ne ha scandito le vite.

Lunghi inserti dialettali

Dòmini – con una prosa fluida e suggestiva in cui, certamente senza mirare al plurilinguismo, compaiono lunghi inserti dialettali in corsivo, talvolta con scioglimenti in nota e corposo glossario finale, mimetici del punto di vista dei personaggi e capaci di rendere perfettamente lo spirito delle genti – riesce ad appassionare il lettore alle vicende dei due fratelli e delle altre figure che si muovono tra le pagine, soggetti mai del tutto innocenti e mai del tutto colpevoli: grazie al ritratto in chiaroscuro dell’Italia di quel tempo, lo scrittore regala una grande narrazione popolare che trasporta nell’atmosfera di anni che appaiono lontani, ma che al tempo stesso mostrano la loro prossimità con elementi tuttora vividi del nostro confuso presente.

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