Domenicali, Marotta e Messina: tre giganti dello sport illuminano Forlì

FORLÌ
ENRICO PASINI
La «solitudine della condivisione», il «piacere della sfida», quello di allenare una squadra che «non potrà mai essere un’orchestra, ma deve diventare una jam session di musicisti». Sono stati tre dei concetti più incisivi espressi ieri al teatro Diego Fabbri di Forlì rispettivamente dal presidente della Formula 1, Stefano Domenicali, dall’amministratore delegato dell’Inter, Giuseppe Marotta, e dal tecnico dell’Olimpia Milano pallacanestro, Ettore Messina. Un tris d’assi dello sport internazionale, calato sul palcoscenico al fianco del giornalista Sky, il romagnolo di nascita e bolognese d’adozione Matteo Marani, dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì la quale, attraverso il confronto denominato “Experience Colloquia”, ha voluto riprendere il proprio programma di eventi alla presenza del pubblico dopo la luna sosta causata dal Covid. E attorno al tema della guida del gruppo e della leadership nello sport, è riuscita a riunire tre vere eccellenze in materia.

Davanti a una platea di addetti ai lavori e appassionati, un’ora appena di conversazione ma ad altissimo tasso esperienziale e comunicativo, a dimostrare che il tempo non è un’unità di misura della profondità concettuale.
E’ bastata la prima domanda, poi, a legare Domenicali, Marotta e Messina, con un unico fil rouge. Come si diventa ciò che si è? «Cogliendo le occasioni con determinazione, ma avendo anche la fortuna di trovarsi davanti a un’opportunità» ha dichiarato l’ex team principal della Ferrari. E il concetto è stato sposato da tutti con aneddoti curiosi. Domenicali, ovviamente, lo ha declinato nel suo essere imolese, Ettore Messina nella fortuna di avere un professore di educazione fisica al liceo di nome Tonino Zorzi il quale a 17 anni lo convinse a smettere di giocare affidandogli una squadra giovanile da allenare in palestra. «E da quel momento tanti, a Mestre, a Bologna con Porelli, in Nazionale mi hanno dato una chance quando neanche io me la sarei concessa. Io, però, non mi sono mai spaventato».
Ecco il concetto di sfida come piacere di Giuseppe Marotta. «Sono nato vicino allo stadio di Varese, iniziai a fare il raccattapalle, l’aiuto magazziniere per un incidente altrui, il dirigente delle giovanili a 18 anni e sono diventato un uomo che ha realizzato i suoi sogni di bambino. Ricordo che la prima promozione la feci vincendo a a Forlì contro la squadra allenata da Cinesinho che aveva come presidente “Vulcano” Bianchi. Poi sono sempre andato dove trovavo una sfida: dal Venezia all’Atalanta pur guadagnando meno, da questa alla Samp, anche se era in B, e poi Juve dove mi sono serviti 7 mesi per capire cosa significasse davvero successo. Per me l’ambizione significa avere obiettivi e cercare di raggiungerli».
Ottenerli con il gruppo ma per Domenicali (e gli altri) «le decisioni sono sempre tutte e solo tue anche se hai una grande squadra attorno: è la solitudine della condivisione». Imprescindibile, però, è ascoltare, a partire dai piloti di Formula 1. Gente non semplice da trattare poiché «sotto il casco c’è un ragazzo molto sensibile che richiede una complessa dinamica relazionale».
Anche con i giocatori di basket è lo stesso, ma Messina conosce un solo modo di rapportarsi: «Mai indorare una pillola, ma scegliere e spiegare in modo chiaro e onesto: è la sola via della sopravvivenza».
Essere leader, ma dentro un meccanismo. Cosa significa lo spiega proprio Messina tra gli applausi: «Una squadra non potrà mai essere un’orchestra, deve essere una jam session di musicisti. Ognuno deve sapere quando prendersi il proprio spazio e quando togliersi perché è il momento che suoni un altro. L’alternarsi nel protagonismo crea una vera squadra».

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