MONDAINO. È residenza d’eccellenza, uno degli 8 centri regionali scelti dal ministero dei Beni culturali di concerto con le Regioni, casa comune per l’arte scenica contemporanea, luogo di ricerca, formazione e creazione, comunicazione con la comunità di riferimento e il pubblico. E il suo essere ubicata in mezzo al bosco, con a disposizione una casa foresteria e un teatro che da esso prende forma, garantisce le condizioni ideali per gli scopi per cui è nata e vive. Parliamo dell’Arboreto di Mondaino, col suo teatro Dimora a forma di foglia, dove tutto è pronto per dare il via al nuovo intenso programma 2020. E dove, a detta degli artisti che negli anni vi sono transitati a partire dal ’98, c’è sempre il desiderio di tornare, e non solo per le perfette condizioni logistiche e organizzative, ma anche l’ottimo supporto, la cura e la qualità dell’accoglienza.

Fabio Biondi


Il teatro nel bosco dell’Arboreto è un centro di residenza speciale anche se, come spiega il suo direttore, il regista Fabio Biondi, questa è la sua missione: essere per gli artisti un luogo per la riflessione e la composizione di nuove opere con un’attenzione al territorio e al coinvolgimento della comunità che caratterizza la specificità dell’Arboreto.
Tutti risultati raggiunti, per questo siete andati oltre ponendovi domande nuove?
«Abbiamo scelto da tempo di diventare un luogo fragile che ripensa di continuo alla propria natura per favorire l’ingresso dei giovani, fare emergere le nuove generazioni di artisti e di pubblico nelle visioni del fare teatro, nella sperimentazione di nuovi linguaggi creativi».
Qual è la caratteristica principale dell’Arboreto?
«Fra i primi in Italia, nel 1998, abbiamo scelto di dedicarci esclusivamente ai processi di studio e di ricerca, alle residenze creative, interpretando una necessità espressa dagli stessi artisti. Nel corso del tempo è riconosciuto dal teatro italiano quale una delle esperienze più importanti, necessaria».
Sostenete dunque la crescita di processi artistici anche svincolati dalla produzione di nuove opere?
«Sì. Il nostro desiderio è sempre stato quello di porci come un laboratorio del contemporaneo, in cui sia possibile sospendere il giudizio per concentrarsi sulla creazione senza pensare subito all’esito della produzione. Un luogo di pensiero per nutrirsi anche della lentezza e della bellezza del paesaggio».
Accade che le compagnie in residenza propongano prove aperte.
«È possibile, ma non obbligatorio. È una libera scelta degli artisti. Quando la compagnia al termine della residenza sente la necessità di incontrare il pubblico per una prima verifica della propria ricerca, si genera un’energia vitale per entrambi. E questa si moltiplica, producendo sempre un’altra energia».
Esistono delle criticità?
«Le residenze creative non vanno intese solo come spazi per le prove. Non possono essere ridotte semplicisticamente a “strumenti di lavoro”. Sono luoghi di pensiero che contengono dei principi attivi per seminare e germogliare».
Significa che rischiano di venire utilizzate per rimediare carenze del sistema?
«Nel rispetto delle diverse interpretazioni, le residenze creative non possono essere concepite, dagli artisti e dagli enti, solo come una nuova modalità di lavoro per risolvere vecchie problematiche amministrative e di politica culturale dei territori».
Parliamo della comunità locale.
«A Mondaino i cittadini e gli spettatori hanno davvero la possibilità di diventare interlocutori privilegiati che partecipano attivamente e condividono dall’interno i processi creativi. Siamo riusciti a costruire un rapporto ottimo col territorio, con le scuole, i ragazzi e ultimamente lo stiamo ampliando alle Università di Urbino e Bologna».
Altra formula sperimentata è quella di fare rete. Ne avete più d’una in atto. Perché è così importante?
«È una sfida di carattere filosofico e politico. Fare rete significa mettere in relazione il singolare e il plurale, condividere domande e risorse, e quello che si fa assume un senso comune, anche per gli altri. In questi anni l’Arboreto ha dedicato molte energie alla costruzione di reti, per il teatro e la danza, a livello regionale, nazionale e internazionale. Quest’anno si conclude il triennio che vede L’arboreto – Teatro Dimora e La Corte Ospitale di Rubiera uniti come Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna, ruolo di grande responsabilità regionale e nazionale che ha dato ottimi risultati».
Il programma delle attività vede il consolidarsi di altre significative reti a livello locale e nazionale.
«Sì, con il teatro Petrella di Longiano è giunto alla quinta edizione un progetto di residenze coreografiche “Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi” e a febbraio è partita la prima edizione di “Dentro ogni ragionevole dubbio”, percorsi di residenza e creazione per i teatri della contemporaneità. Poi siamo parte attiva del progetto “E’ Bal- Palcoscenici romagnoli per la danza contemporanea” e continua la collaborazione nazionale con DNAppunti coreografici e con il Network Anticorpi XL per sostenere la giovane danza d’autore».
Qual è la prima residenza di questo 2020?
«Fino all’11 marzo è in residenza il coreografo Alessandro Sciarroni per la composizione di Turning_Orlando’s version. Il progetto più importante espresso dal Centro di residenza Emilia-Romagna è “Eretici”, percorso biennale 2019-2020 di accoglienza, sostegno e accompagnamento critico per artisti under 30 dell’Emilia-Romagna. Il Collettivo Inciampo è la formazione artistica che è stata selezionata per la prima edizione».
Per quanto riguarda le compagnie storiche?
«Torneranno tre compagnie che da tempo hanno scelto il teatro nel bosco di Mondaino come “dimora creativa”: Piccola Compagnia Dammacco, Motus e Teatro Valdoca. Siamo convinti che anche i maestri necessitano di luoghi di pensiero per riflettere e agire sulla propria poetica consolidata, per prendersi il tempo generoso della ricerca e della sperimentazione dei linguaggi, per continuare a esprimere le stesse ossessioni o per cambiare pelle o per dialogare con giovani artisti».

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Arboreto

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