Dimesso dopo l’infarto: muore. Salma riesumata per l’autopsia

Muore a quarantacinque anni tre giorni dopo essere stato dimesso dall’ospedale di Rimini. L’uomo, un ristoratore della provincia di Rimini, aveva superato un primo infarto e avrebbe dovuto presentarsi alla visita di controllo quasi due mesi dopo. Per i medici, che una settimana prima lo avevano sottoposto alle terapie del caso (coronografia e angioplastica), il peggio era passato e non c’era un imminente pericolo di vita.

A distanza di tre mesi dal decesso, che risale all’inizio dell’anno, la procura di Rimini ha disposto la riesumazione della salma per effettuare un’autopsia che chiarisca le cause della morte dell’uomo e le eventuali responsabilità dei sanitari che ebbero in cura il paziente. A sollecitare l’inchiesta conoscitiva, che per il momento non vede iscritti nel registro degli indagati, è stato un esposto dei familiari della vittima. L’ipotesi è omicidio colposo.

La vedova e il figlio, rappresentati dall’avvocato Stefano Caroli, si sono rivolti a un medico legale (l’anatomopatologo Pier Paolo Balli) per una consulenza. Lo specialista ha esaminato la documentazione medica e ha concluso che la storia clinica del ristoratore non è di per sé sufficiente per spiegare cosa gli sia accaduto a così breve distanza dalle dimissioni dall’ospedale. Serve una più approfondita indagine diagnostica. Di qui la richiesta dell’autopsia e la necessità di riesumare il corpo dell’uomo. L’esame è previsto per il 9 aprile prossimo. Il pm Davide Ercolani ha nominato come proprio consulente l’anatomopatologo Guido Pelletti.

I dolori del paziente

Il paziente aveva accusato dei forti dolori al petto il giorno di Natale. La sera dopo era stato ricoverato in ospedale, a Cattolica: l’elettrocardiogramma aveva segnalato un’anomalia cardiaca e così dopo il trasferimento nel reparto di Emodinamica dell’ospedale di Rimini era stato sottoposto a una coronografia e quindi a una angioplastica primaria con l’inserimento di uno “stent”. Il risultato finale era stato definito buono dai medici sulla base di un nuovo elettrocardiogramma. Il successivo decorso clinico, descritto come privo di complicanze, aveva giustificato le dimissioni del paziente nella giornata del 30 dicembre. Tutto era filato liscio, fino a quel momento: il quarantacinquenne risultava sintomatico e in “buon compenso cardiocircolatorio”. Lo aspettava la convalescenza a casa, con una terapia da seguire fino al successivo appuntamento. Il 2 gennaio, invece, l’uomo è morto. I familiari hanno maturato l’idea che la fine prematura possa essere in qualche modo ricollegabile al prematuro ritorno a casa dopo l’infarto o a una negligenza riguardo a possibili ulteriori approfondimenti diagnostici quando era ancora ricoverato. L’esame autoptico dovrebbe contribuire a chiarire le circostanze in cui è avvenuto il decesso dell’uomo ed eventuali responsabilità in capo al personale medico.

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