Nozioni quanto mai indispensabili in questi momenti difficili, quelle richiamate dal titolo del volume in uscita di Giuseppe Casadio: “Dietrich Bonhoeffer. Il coraggio e la responsabilità”, per i Saggi di Diogene Multimedia. Il teologo e filosofo tedesco, che pagò con la vita la sua partecipazione alla resistenza al nazismo (1906-1945), realizzò durante la prigionia una serie di scritti che sarebbe stata poi raccolta nel volume “Resistenza e resa”, la sua opera più famosa, in cui rifletteva sul rapporto tra fede e azione, tra religione e mondo.

«Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede – scriveva – io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante».

Giuseppe Casadio, faentino, coordinatore per oltre dieci anni delle politiche del lavoro per conto della segreteria nazionale della Cgil, è stato componente del Cnel nella VIII Consiliatura (2005-2010), presidente della Commissione per le politiche del lavoro e dei settori produttivi, e dal 2013 del Comitato scientifico del Premio Liberetà, rassegna letteraria di manoscritti dedicati alla memoria di «vite di lavoro e di impegno sociale».

Casadio, in che maniera le parole impegno, solidarietà, vita sociale possono trarre nuova linfa dall’insegnamento di Bonhoeffer sui temi connessi alla nozione di responsabilità?

«“Responsabilità” è il concetto che salda le due dimensioni: il pensiero e la vita. Significativa la seguente considerazione: “L’essere umano è posto in situazione di responsabilità… Nel caso in cui la responsabilità si eserciti in una situazione straordinaria, essa può richiedere l’abbandono della legge, precisamente in nome della fedeltà alle ragioni della legge stessa, il che accade nella fede, di fronte a Dio, alla luce del rapporto con lui”. E soprattutto è significativo che la “situazione straordinaria” a cui il teologo allude sia addirittura l’ipotesi estrema del tirannicidio, peraltro più volte evocata nei suoi scritti in coerenza con il suo impegno di congiurato. Dunque: la responsabilità individuale, assunta in piena coscienza davanti a Dio, vince anche sulla legge, sulla dottrina; e comporta l’immersione nella realtà. Essere per gli altri, essere per il mondo. Ecco la formula in cui Bonhoeffer riassunse la sua cristologia e a cui ispirò il senso della vita umana».

Come si può sfuggire per Bonhoeffer al riemergere di un totalitarismo politico e civile che comporti il rischio di diventare «analfabeti di civiltà»?

«Assumendo responsabilità nelle vicende del mondo, personalmente e collettivamente. E Bonhoeffer lo testimoniò inequivocabilmente con la propria vita. L’aspetto più stupefacente è proprio questo: l’assoluta coerenza fra il pensiero e la vita».

Che significato ha avuto per Bohoeffer domandarsi cosa vuole dire essere «testimone della verità»?

«In un passo del citato “10 anni dopo” scrisse: “Siamo stati testimoni silenziosi di azioni malvagie, abbiamo conosciuto situazioni di ogni genere, abbiamo imparato l’arte della simulazione e del discorso ambiguo, l’esperienza ci ha resi diffidenti nei confronti degli uomini e spesso siamo rimasti in debito con loro della verità e di una parola libera, conflitti insostenibili ci hanno resi arrendevoli o forse addirittura cinici: possiamo ancora servire a qualcosa?».

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