Dieci anni senza Livio Neri: il giovane coach che ti faceva innamorare del basket

Il 31 ottobre 2011 fu un giorno di lutto per il mondo del basket romagnolo, sotto choc per l’improvvisa scomparsa di Livio Neri a soli 35 anni. Nato a Cesena ma conosciutissimo anche a Ravenna e Rimini per la sua attività di allenatore, Livio si arrese a un male incurabile scoperto appena tre giorni prima del ricovero.

Livio Neri con Giampiero Ticchi in un time-out dei Crabs Rimini

Livio Neri ci lasciava dieci anni fa, arrivato a quell’età in cui non sai bene se sentirti un vecchio ragazzo o un giovane uomo. Comunque sia, troppo presto. Siccome il tempo cancella molto, ma non tutto, vale la pena fare lo sforzo di ricordare e di trovare le parole giuste, anche se è doloroso.
Chi era Livio. Per pochi, fortunatissimi: figlio, fratello, padre, amico. Per tanti, altrettanto fortunati: allenatore. Molti anni dopo, restano la sua leggerezza nell’insegnare basket, la voglia di macinare chilometri sui pulmini per andare a giocare contro il Ca’ Ossi di turno, la capacità di appassionarsi alle storie di ognuno di noi. Nelle sue squadre non sono cresciuti fenomeni, eppure nessuno si sentiva fuori posto, da chi segnava 20 punti a chi entrava cinque minuti. Se la passione per il basket è rimasta in molti di noi suoi ex giocatori, penso che un motivo sia proprio questo.

C’è un episodio che mi torna spesso in mente. Riscaldamento pre-partita della nostra sgangherata squadra di quattordicenni cesenati. All’epoca ero convinto che, con un po’ di studio in meno e un po’ di palestra in più, avrei potuto mettere su un tiro da fuori rispettabile (convinzione che non mi ha tuttora abbandonato). Chiedo a Livio l’ok per tirare da tre in partita. Mi guarda, poi prende la lavagnetta, e disegna una semicirconferenza attorno al canestro: “Il tuo raggio di tiro è questo”. A malapena lambiva l’area. Non aveva torto, ma il punto è che aveva tirato fuori la lavagnetta e disegnato qualcosa per un suo giocatore in pieno sviluppo adolescenziale, e lo aveva fatto con la stessa naturalezza zen con cui Phil Jackson approcciava Shaquille O’Neal durante i time-out.

Chi è Livio, oggi. C’è una parola che nella nostra amata Nba è diffusissima e che in italiano non ha equivalente traduzione: legacy. È un misto tra eredità e memoria, spirituale e concreta, che racconta cosa resta di noi. La legacy di Livio Neri è oggi un’incredibile organizzazione che porta il suo nome, lanciata ormai da diversi anni dai fratelli Andrea e Fulvio. Generazioni di aspiranti cestisti romagnoli hanno passato ore in palestra con Livio, tante altre continuano a farlo, senza averlo mai visto o conosciuto, ma indossando una canotta che porta il suo nome. La Livio Neri non è solo una società di minibasket: è un modo per continuare a diffondere l’amore per la pallacanestro, con tecniche all’avanguardia che permettono ai bambini di associare al basket corsi di inglese, teatro, pet therapy (fossimo negli Stati Uniti, un progetto che porta i bambini a giocare a basket e fare pet therapy riceverebbe all’istante centinaia di migliaia di dollari di investimenti da privati, fondazioni, istituzioni… ma questa è un’altra storia). La Livio Neri ha di recente preso parte allo sviluppo della Cittadella dello sport a Cesena in Fiera, e la firma di Livio campeggia sul parquet, ed è impossibile non andare con la mente a quella di Red Auerbach sul legno incrociato dell’ex Boston Garden. Legacy, appunto.

Ricordare Livio, dieci anni dopo, significa fare i conti con il dolore per un’esistenza spezzata troppo presto e per persona che continua a mancare. Ma significa anche ricordare che quella storia ha seminato tanto: ora possiamo vedere germogli e frutti, e tutto questo farà bene a molte persone. Ovunque tu sia, Livio, è bello immaginarti mentre guardi giù e sorridi, pensando che, in fin dei conti, la vita è un tiro. Da tre.

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