Il diario di oggi dalla zona rossa di Medicina, di Caterina Cavina

Il diario di oggi dalla zona rossa di Medicina, di Caterina Cavina
La scrittrice di Medicina Caterina Cavina

di CATERINA CAVINA . L’ho saputo ieri sera. Jessy, un mio amico che vive in Francia, nel pomeriggio aveva un video da Nantes dove salutava i suoi studenti di storia medievale in francese. Qualche like, cuoricini, come stai? E nessuna risposta. Alla sera mi scrive che suo nonno è morto. Francesco detto Baffo, fiero tassista medicinese appassionato di politica, ucciso dal Covid-19. Perché smettiamola di dire che il Covid non ammazza, che sono le malattie pregresse. Non sono una immunologa, non sono nulla, ma dalle storie che sento sembra che sto dannato virus slatentizzi malanni passati e peggiori quelli presenti. Ma non voglio parlare di cose che non so. So solo che Jessy è isolato a Nantes. Sua mamma, Barbara, figlia di Baffo, è in casa senza nessuno. In quarantena anche lei. La sorella di Barbara, Natascia, in un’altra abitazione, in quarantena, ovvio, sempre sola. E Franca, la moglie di Baffo, è in ospedale. Non possono abbracciarsi. Piangere insieme, fare un funerale, niente di niente. Non sanno nemmeno se riusciranno cremare la salma perché i carabinieri hanno paura di andare in casa di Franca a prendere la carta d’identità, documento necessario per autorizzare la cremazione.
Serena, mia vicina di casa, ha perso il padre una settimana fa, era uno degli anziani del Medicivitas, lei domenica esce dalla quarantena. “Mi hanno detto che potrò andare a casa sua, devo disinfettare l’ingresso e poi posso entrare, devo farlo, c’è il cane, Loky, da prendere con noi”.
Non ci sono solo i morti del Covid-19, ben 13, in paese. Margaret, mia cara amica, scrive: “Vivo a poche centinaia di metri dal confine, a Castel Guelfo, e la mia vita si svolge comunque a Medicina. Da pochi giorni (e fino a chissà quando) non posso entrare. Nessuno può uscirne. Blindata. Mio padre se n’è andato da due settimane. La distrofia muscolare ha creato complicazioni tali da causarne l’arresto respiratorio e cardiaco. Dal giorno dopo il funerale un decreto sicurezza impedisce di fare funzioni. Proprio in un momento come questo. Non posso vedere mia madre, che è sola e triste. Non posso vedere le nipotine.
Anche io avrei bisogno di stare con lei e con mia sorella. Ma capisco che nessun atteggiamento diverso da quello che ci viene richiesto possa essere responsabile o sensato. Taglio corto. Non voglio fare le polemiche al contrario. Ma è per questo mi fanno rabbia i lamentosi, quelli che gridano al complotto, gli indifferenti, quelli che per motto si sono inventati scuse assurde. A Medicina stanno morendo molte persone. E non sono soltanto anziani malati (e anche se fossero solo loro a rimetterci la vita, gli ottantenni malati, sono padri, madri, nonni). Si muore soli, intubati, disperati, dopo lunghe e lente agonie nei reparti di terapia intensiva che sono ormai talmente pieni da non saper chi scegliere e in base a cosa scegliere in caso di molteplici emergenze. Ma come diavolo ve lo devono dire di stare a casa e smettere di far i bastian contrari o parlare a caso?”.
Ci sono anche le famiglie separate in casa. “Mia madre e mio fratello sono in “quarantena” al terzo piano, siamo fortunati ad avere un appartamento grande”, mi racconta Elena in videochiamata su WhatsApp. Sua mamma è immunodepressa, sta facendo la chemioterapia nonostante i problemi logistici della chiusura. Perché sì, ci sono anche gli altri malati. “Mangiano in stanze separate e disinfettano il bagno e gli ambienti dopo che li hanno utilizzati. Io parlo con loro dalle scale, porto i pasti e li lascio davanti alla porta, poi lei va a fare le terapie con me o mio fratello, sempre in sicurezza”.
Alcune famiglie sono meno fortunate, case piccole, e la quarantena diventa una staffetta che prima o poi tocca tutti i familiari. Io vivo sola, sento mio padre tutti i giorni. Anche lui ha avuto qualche problema di salute e non è potuto andare all’ospedale anche se era necessario. Priorità. Per fortuna sta bene ora. Ogni giorno alle cinque prende la macchina e va a vedere i miei nipotini, Ilaria e Matteo, tre anni a maggio, giocare in giardino da mio fratello. Si ferma davanti al cancello, li guarda, li saluta e poi riparte. “Loro stanno bene – dice – quindi stiamo bene tutti”.

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