Il diario di Caterina Cavina dalla zona rossa di Medicina “Mi sento impotente”

Il diario di Caterina Cavina dalla zona rossa di Medicina "Mi sento impotente"
La scrittrice di Medicina Caterina Cavina

di CATERINA CAVINA Mi sento impotente. A dirlo non è una persona che ha appena visto, che so, un vicino fare una corsetta in cortile per sgranchirsi le gambe (che comunque non si deve fare) o la sottoscritta davanti alla mia impietosa acconciatura al quinto giorno di blocked down (non che sia mai stata una regina dello stile). A sentirsi impotente, e non per sé o per i suoi familiari, ma per i suoi compaesani è la figlia di uno dei morti di Medicina per Covid19.
Abita in un palazzo non lontano da me, anche se in realtà tutti siamo vicini di casa nel centro storico di Medicina, terra del Barbarossa. La storia, non la leggenda, racconta che il teutonico imperatore ordinò a tre soldati di cavalcare fino allo sfinimento delle bestie, solo quando queste si sarebbero sfiancate potevano fermarsi. La galoppata durò tre giorni e sancì gli ampi confini dell’odierno comune, il “feudo” più grande a servizio dell’imperatore da contrapporre alla Bologna pontificia.
Così noi di Medicina sembriamo grandi sulle cartine, quando in realtà siamo piccolissimi. Uno nugolo di case rosse in centro, i portici, la piazza. E nel borgo, tra i vicoli stretti, forse unico ricordo medievale di una pianta strettamente romana (cardo e decumano), ci si conosce tutti. Ci si sente ridere, scherzare, arrabbiarsi.
In casa della mia amica le voci sono rarefatte da molto tempo. Prima se ne è andato suo padre, poi il padre di suo marito, sempre per Covid-19. Poco conta che erano anziani e forse malati. Anzi, non stavano così male. In realtà, ci sarebbe tanto da dire sul significato di “malattia pregressa” al quale si attaccano i negazionisti del virus. Ora la mia amica ha il marito con la madre che non sta bene, lei stessa è in quarantena come metà dei figli. In casa si fanno i turni per mangiare, fare la spesa, portare fuori il cane. Ma lei non ne parla. Si preoccupa per i medicinesi, gli stessi che per giorni hanno accusato i “vecchi” del centro sociale, quindi anche suo padre, di essersela cercata. Non una parola di biasimo, solo preoccupazione per gli altri. “C’è troppa gente sola che non può comunicare, tu Cate hai Facebook, i social, ti vediamo dalle tue dirette se stai bene o male, ma gli altri? Quelli che sono davvero soli? Guarda che ce ne sono”. E fa dei nomi, persone che effettivamente non hanno “rete”, sia web che sociale. Per età, per malattia, per carattere, per semplice “emarginazione”. L’isolamento, tanto decantato da alcuni ora, quasi felici di riscoprire le gioie domestiche, diventa letale. E non solo per gli anziani. Il pensiero va a quell’uomo morto, aveva appena sette anni più di me, viveva solo in casa, respirando male, i vicini lo sentivano ma quando sono intervenuti era troppo tardi.
“Bisognerebbe andare a sentirli tutti quelli che se la passano male… ma come facciamo? Come? Mi sento così impotente”.

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