di CATERINA CAVINA Ottavo giorno in zona chiusa. Mi deve intervistare Report. La giornalista mi chiama, le ho passato diversi contatti, Medicina ci teneva a parlare ai microfoni di Raitre. Il presidente del centro sociale Medicivitas ha deciso per la prima volta di rilasciare un’intervista. Sono stati molto bersagliati dopo la notizia del focolaio di Covid19 scoppiato tra una partita di briscola e l’altra. In un primo tempo volavano accuse e sospetti, ma poi si è tutto calmato alla notizia dei primi morti. No, il coronavirus non è uno scherzo. Non una pandemia inventata dai mass media e dalle potenze economiche per favorire chissà chi. Appena cominciano a morire le persone che conosci, genitori e nonni di amici, te ne rendi conto, prima puoi ancora fare della filosofia sui numeri, giocare al piccolo infettivologo o al turbocomplottista.
Vado al check point. Non mi sono avvicinata al posto di blocco da quando Medicina si svegliò in zona chiusa. I carabinieri mi fanno passare e mi metto proprio poco dopo il blocco, a un metro e mezzo di distanza dalla giornalista, bardata di mascherina e guanti, il cameraman ci inquadra tutte e due.
C’è un vento sferzante, è venuto molto molto freddo.
“Guardami dritta negli occhi, sai la mascherina è spersonalizzante se non mi guardi in faccia sembra che non parli a me”, mi dice la giornalista. Parte con le domande. C’è subito qualcosa che non va. Vorrebbe il racconto della tragedia, della disperazione, del dolore. Ci sono tutte, per carità, queste cose ora nella mia vita e in quella di chi mi circonda. Ma posso dire, senza retorica, che la comunità e la rete di amicizie si fanno sentire e forte.
“È vero che non vi salutate più nemmeno per strada?” mi chiede la reporter.
“No, semmai il contrario. Ora quelle poche persone che incontri sono preziosissime, ci si saluta, si scambiano parole con vicini che nemmeno si conoscevano. Ci si incoraggia, ci si aiuta con piccoli grandi gesti. A me è stato regalato l’equivalente di due mesi in crocchette e umido per gatti, speriamo di uscire prima”. Mi vengono in mente i profili social di altre persone sole come me, che postano foto di pizze, dolci, e altre leccornie preparate da vicini. Una mia amica fa dirette Facebook dove spiega a tutti come truccarsi. Un’altra posta le ricette della “dieta pandemica”, per non uscire rotolando.
“Mi sembri positiva… ma non hai mai dei crolli? Pensi che reggerai?”
“Certo che sì, se non sono positiva che faccio? Mi ammazzo?”. Forse la cronista non conosce le immense risorse che gli esseri umani tirano fuori in certe situazioni. Come gli artisti medicinesi. Il gruppo laboratorio teatrale Icaro sta raccogliendo storie e le trasmetterà online, direttamente dalle case dei giovani attori. Poi ci sono i musicisti che ricordano quando suonavano da ragazzini nei garage e hanno formato “The beat-holes” e suonano Help me dalle loro case, montando poi in remoto tutte le tracce. Un po’ come ha fatto a Milano J-Ax con i suoi amici, ma più bello.

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