Il diario di Caterina Cavina, l’ultimo giorno in zona rossa

di CATERINA CAVINA Ultimo giorno di zona rossa a Medicina, fine del mio diario. Non mi dispiace, lo ammetto. All’inizio pensavo potesse essere interessante, utile alla mia salute mentale avere qualcosa da fare durante la “quarantena”. Sono una zitella con gatti, senza la possibilità di telelavorare e rapporti di vicinato quasi inesistenti. Poi la comunità di Medicina stranamente rispondeva, il mio personalissimo racconto pareva servire anche ad altri per sentirsi in qualche modo “raccontati” in un momento difficile. Però, dopo un po’, è diventato pesante. Non riuscivo a staccare mai. Leggevo sui social colleghi scrittori, insegnanti, giornalisti, elencare le serie Netflix che avevano esaurito in pochi giorni, io che devo ancora finire Breaking Bad, altri dilettarsi in pizze, torte, lievitati vari, altri ancora mi dicevano di aver finito il loro romanzo e di essere alla ricerca già di un editore. Io invece non riuscivo a staccare. Dai numeri. Dalle notizie. Da Conte che sta per uscire un altro decreto, dai bollettini quotidiano di Borrelli e di Venturi. E dalle polemiche sui social, dove i nervi saltano in fretta. E quelli che negavano e negano ancora, e quelli che gridavano al complotto. Persone “fortunate”, lontane dalle zone dove il virus ha picchiato duro, infettivologhi dell’università della vita che filosofeggiano sulla pandemia creata dai mass media, da Bill Gates e dal cartello dei vaccini, intanto il nonno di un mio caro amico muore.

Ho provato rabbia. Ho visto anche molti miei concittadini accusarsi, prima cercare gli untori, gli anziani del Medicivitas, “ma sarà stata quella partita maledetta?”, “sarà stato lui che la sera prima era andato a Piacenza?”, “sarà stato quello che girava sempre per il mercatino dell’antiquariato? Lo sapete che è pieno di espositori che vengono dal Veneto”, “ah hanno taciuto tutto perché al centro sociale si sa per chi si vota…”, “ah lo sapevano prima”, “ah quello si è messo in quarantena volontaria prima di tutti perché lo sapeva già…”. Poi tutto si è azzerato, come capita spesso, davanti alla morte. Ai nomi. Ai volti. Ma le polemiche continuano. Siamo diventati zona arancione, qualsiasi cosa significhi.

“Ritorneremo zona rossa subito! Ma come ci sono ancora dei morti e ci aprono? Oggi ho già visto più gente andare in giro con il cane! Ma insomma, lo capite che dovete stare in casa!?! E ora? Senza militari tutti faranno quello che vogliono! Non ne usciremo mai se continua così! Mai! Dovevamo restare così almeno un altro mese!

Stamattina giravano già tutti senza mascherina! I carabinieri hanno dovuto liberare piazza Garibaldi! Ho visto gente passeggiare a coppie come prima!”

Faccio un giro in macchina per Medicina, l’ultimo spero nel mio paese blindato, devo portare da mangiare a una signora sola. Mi viene da sorridere se penso a quanto in realtà sia facile eludere a piedi una zona rossa, basta conoscere bene i campi e avere un’auto fuori che ti attende. Igor il Russo insegna. Ma poi, dove pensiamo di andare? In una prigione più grande? Non è meglio intensificare i controlli sul territorio, spiegare fino allo sfinimento che no, vedersi tutti insieme anche per un innocente pranzo di famiglia (c’è chi parla già di menù pasquali) non risolverà il problema?

Vedo un ragazzo che fa jogging. Poi un gruppo di uomini, tutti a sedere in giardino con gli attrezzi per terra e le birre in mano, ridono e urlano, sembra una festa.

Forse hanno ragione chi ha paura, chi invoca ancora le forze armate. Forse… passo davanti al cimitero. I cancelli sono chiusi da tempo, non c’è stato nessun funerale, nessun fiore sulle lapidi. Per terra c’è un vaso di ciclamini. Mi avvicino. Qualcuno ha appeso al cancello un foglio con sopra dipinta una cifra: 21. Il numero dei morti. È un memento.

È quello il numero che dovremmo avere inciso nelle retine degli occhi. Più di un articolo di un ordinanza.

Più di una camionetta mimetica che sbarra la nostra strada.

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