Il diario di Caterina Cavina da Medicina, tamponi e alta tensione

MEDICINA. Questo è l’ultima pagina del diario della scrittrice Caterina Cavina uscita ieri sul Corriere Romagna. Da domani una nuova giornata dalla zona rossa raccontata dall’autrice.

Il sabato del villaggio. In effetti sono una donzelletta che sta in campagna, peccato che il mio villaggio non faccia festa, anzi, si stia agitando molto. Oggi telefono al mio medico per sapere come sta e soprattutto perché ho bisogno di un farmaco. Mi invia la ricetta su WhatsApp e mi spiega come si sono arrangiati: “Una delle segretarie dei medici di base raccoglie di sua iniziativa tutte le ricette, le stampa, e le porta in farmacia centrale due volte al giorno, la farmacia le smista alle altre, con prodotto annesso, e i cittadini vengono chiamati a ritiralo. Per fortuna che questa segretaria si è resa disponibile… altrimenti non so come avremmo fatto”. In farmacia scopro che ora fanno orario continuato e che chi è parente di persone affette da Covid19 non può entrare, ma deve recarsi a ritirare le medicine nottetempo, allo sportello esterno. Il dottore al telefono però mi ha detto un’altra cosa. “Alcuni giornali hanno scritto che presto verrà fatto uno screening porta a porta a tutti i medicinesi. La gente si aspetta il tampone a casa… non è così. Potresti spiegare loro che non faranno mai tamponi a tutti perché non ce ne sono? A Medicina come in tutta Italia? Che viene fatto solo ai sintomatici? Sai ci stanno chiamando per sapere quando arriva il tampone”. Sento altri due medici di base e mi confermano la cosa. Telefonate continue di medicinesi che vogliono il tampone per loro e per tutta la famiglia. “Magari nell’uovo di Pasqua”, commenta sarcastico un dottore udibilmente stressato.
Cerco gli articoli “incriminati”. In realtà si parla di uno screening telefonico dell’Ausl di Imola a casa delle persone sintomatiche. Insomma, una telefonata, non un tampone. Forse per evitare che si rechino al pronto soccorso. E poi visite a domicilio a chi è infetto per somministrare la terapia farmacologica. Evidentemente, da qui a “tamponi per tutti” nelle menti spaventate però il passo è breve. Mi chiama una mia amica Oss, è positiva da qualche giorno e a casa con febbre alta e altri sintomi, sta facendo la terapia anti-Covid. Si tratta di un farmaco che viene somministrato solo ai malati, in casa, per cinque giorni. Una parente di una vittima mi conferma che il tampone viene fatto solo se sei sintomatico: “Io non ho sintomi e pur essendo stata a contatto con mio padre no, non mi hanno fatto il tampone, mi hanno solo messa in quarantena”.
La cosa preoccupante è che chi aspetta il tampone, magari a fronte di qualche linea di febbre, o una visita domiciliare che forse mai arriverà e magari legge qualche notizia su Internet comincia ad auto-curarsi. “Ho trovato una vecchia scatola di clorichina che presi prima di andare in Africa e sto facendo la profilassi antimalarica”, mi scrive una collega. “Pericolosissimo – dice il mio medico – ha effetti collaterali importanti”.
Scrivo allora su una pagina Facebook di Medicina che no, il tampone non sarà fatto a tappeto, ma che esiste una terapia domiciliare per il Covid19. L’ecatombe. Vengo accusata di creare allarmismo, di fare informazione scorretta (“e chi sei tu per dirlo!”) e pure minacciata di querela. Ecco il rischio del tampone per tutti: sei negativo e quindi puoi uscire, non pensando che anche solo dieci minuti dopo potresti contrarre il virus. Vengo tacciata di allarmismo, manie di protagonismo e poco rispetto per i morti. Di soffrire di malattie mentali non ben definite. Solo perché ho ripetuto quello che tutte le Ausl di tutta Italia sottolineano: non ci sono abbastanza tamponi. E se sapessero, mi chiedo, che non ci sono nemmeno abbastanza mascherine e in una casa di riposo di mia conoscenza hanno iniziato ad auto-prodursele usando stracci? Cosa mi direbbero? La verità fa male. Ogni tanto me lo scordo. Peccato, perché spesso è la nostra unica salvezza, soprattutto ora.

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