Detenuto riccionese in carrozzina: “Massacrato dalle guardie”

Il volto simbolo del pestaggio all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere è una vecchia conoscenza delle cronache riminesi: il napoletano Vincenzo Cacace, 53 anni, per lungo tempo residente a Riccione come una buona parte della sua famiglia prima di trasferirsi in un’abitazione a Rimini.

È un ex detenuto: tornato libero a settembre dopo avere scontato l’ultimo residuo di pena del lungo conto che la giustizia gli ha presentato nel corso del tempo. Nei notiziari televisivi e sul web è però l’icona della violenza ingiustificata esercitata dalle persone in divisa. Nelle immagini dell’impianto di videosorveglianza è quello sulla sedia a rotelle che prende le botte. «Mi sono abbassato perché non ce la facevo più» dichiara a Fanpage (ma le sue interviste ribalzano ovunque) Colpi «in faccia, in fronte, dietro alla schiena, mi sono abbassato e martellavano. Siamo andati giù, loro per le scale io con l’ascensore. Anche nell’ascensore le percosse. Ci hanno rovinati, ci hanno portato sopra, salendo su ci hanno fatto il triplo. Un appuntato mi ha detto: Cacace non ti preoccupare perché si sono dimenticati le telecamere accese». Dalla sua bocca però non uscì nemmeno una parola, sostiene con orgoglio. «Non è nel mio stile, non ho mai fatto una denuncia, né alle forze dell’ordine né a nessuno. Sono un uomo d’onore, non le faccio queste cose, non esiste. Mi dà proprio fastidio questa parola, denuncia». Eppure, adesso che il caso è esploso all’Ansa dice: «Voglio i danni morali».

Lunedì scorso 52 tra ufficiali e sottufficiali della polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono stati sottoposti a misure cautelari per i reati tortura, maltrattamenti, depistaggio e falso. Otto sono finiti in carcere e 18 ai domiciliari, mentre 23 stati sospesi dal lavoro.

«Per me non erano esseri umani, quelli erano demoni». Nel corso del racconto Cacace riferisce di avere perso dei denti e fa notare come l’occhio sinistro non sia più quello di prima. Mostra una lesione al torace, che definisce “buco” e l’attribuisce a una manganellata.

«Sono stato il primo ad essere tirato fuori dalla cella insieme con il mio piantone perché sono sulla sedia a rotelle – racconta -. Ci hanno massacrato, hanno ammazzato un ragazzo. Hanno abusato di un detenuto con un manganello. Mi hanno distrutto, mentalmente mi hanno ucciso. Volevano farci perdere la dignità ma l’abbiamo mantenuta. Sono loro i malavitosi perché vogliono comandare in carcere».

Cacace nega anche la circostanza secondo la quale, prima della rivolta, i detenuti avrebbero gettato dell’olio bollente addosso agli agenti. «Era soltanto una spaghettata», minimizza Cacace, nell’insolita veste di “vittima”. Da tempo non faceva più parlare di sé, ma in passato è stato coinvolto in indagini tra Rimini e Riccione per droga e reati contro il patrimonio. Proprio la discrepanza tra il tenore di vita e i redditi dichiarati portò in passato al sequestro di beni a lui riconducibili. Il suo nome è stato accostato a clan vicini alla camorra, ma le condanne accumulate nel tempo riguardano solo reati comuni. Ha trascorso più della metà della sua vita in prigione, ma mai gli era capitato di assistere e vivere in prima persona qualcosa del genere. «Un’orribile mattanza» la definisce. Compiuta da uomini che rappresentano lo Stato.

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