Delitto Faenza, per il gip il tracollo di Nanni “è un’ammissione”

Babbo vai forte, vai in terza corsia. Vai, muoviti”. Per ben dieci volte, mentre Claudio Nanni sta guidando in autostrada accanto alla figlia, Arianna gli urla di accelerare per tornare indietro a Faenza e capire che cosa sta accadendo in casa della madre. Eppure, la mattina del 6 febbraio, durante l’omicidio di Ilenia Fabbri, l’auto del 54enne non supera mai 110 chilometri orari. La figlia di 21 anni, «lucida e determinata», non sa che lo sconosciuto entrato in casa è un killer; la sua fidanzata, barricata in camera da letto dopo averlo visto di spalle scendere dalle scale, pensa a un ladro ma le urla della 46enne la terrorizzano mentre al telefono descrive i rumori a padre e figlia. E Nanni? Piange. Un pianto che il giudice definisce «incontrollabile».

La reazione dell’ex marito di Ilenia è il segnale del suo «tracollo psicologico»; sapeva che in casa c’era un assassino assoldato per uccidere ma non sapeva della presenza della giovane ospite, una testimone oculare che rischiava di mandare all’aria un piano architettato fin dall’estate precedente. L’uomo sapeva inoltre della «reale possibilità» che la ragazzina con la quale la figlia aveva stretto un rapporto affettivo da tre anni potesse «subire le stesse violenze».

È questa l’ipotesi investigativa che trapela nell’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari Corrado Schiaretti, che mercoledì ha fatto finire in carcere il meccanico 54enne e il presunto sicario, il 53enne reggiano Pierluigi Barbieri, assoldato sulla spinta di un movente abbietto: i soldi.

La telefonata durante il delitto

Nanni quella mattina era nel panico. Lo si legge nella trascrizione della telefonata registrata dall’app che l’uomo aveva installato nel telefonino per registrare tutte le conversazioni, acquisita fin dai primi giorni dagli inquirenti della squadra Mobile, coordinati dal sostituto procuratore Angela Scorza.

Sono 20 minuti e 53 secondi di una conversazione iniziata alle 6.08, il tempo impiegato dall’auto per uscire al casello di Imola e tornare a Faenza. “Ma hai sentito dei rumori?”, chiede l’uomo alla ragazza in casa, che risponde bisbigliando, “Non ho sentito bene”. Lui si preoccupa, “Oddio mio”, poi passa il telefono ad Arianna e cade in un pianto che durerà tutto il tragitto.

La figlia esorta la compagna a uscire dalla stanza, dopo avere sentito suonare il campanello, “Prendi qualcosa di appuntito, un pezzo di ferro e vai giù!”. Nanni la blocca, “No, no, no, lasciali in pace! No, no! Chiuditi in camera”. E ancora, Arianna, incalza il padre, “Babbo ti muovi anche te però un po’?”, e di nuovo all’amica, “Vai a vedere lì per le scale”. Ma Nanni interviene, “No, no, Che si chiuda in camera!”, poi si rivolge alla figlia, “Arianna, non sto bene”, e ancora, “Ho paura”. Lei ribatte, “Dai babbo, suona, fai gli abbaglianti e gira con gli abbaglianti vai!”, e poi, “Invece di darmi una mano stai lì a piangerti addosso”. E ancora lui, “Non farla uscire dalla camera”.

Gli ultimi secondi della registrazione consegnano l’agghiacciante momento dell’arrivo in via Corbara: Nanni rimane in macchina solo, ansimando, prima di sentire di lì a poco le urla della figlia che entrata in tavernetta, scansando gli agenti, vede il cadavere della madre.

«Nanni – scrive il gip – era fuori controllo», si stava preoccupando per l’incolumità dell’ospite ma non per quella dell’ex moglie. Lo assalivano forse due pensieri: il pericolo che anche la fidanzata della figlia facesse la stessa fine di Ilenia, ma soprattutto che il sicario venisse bloccato, e a quel punto la verità sarebbe emersa.

«Involontaria confessione»

Nove giorni dopo il dramma, il 15 febbraio, ormai indagato per l’omicidio, è Arianna a tornare su quel tragitto, chiedendo al padre per quale ragione avesse gridato all’ospite di non uscire. Lui si giustifica: “Cosa faccio? Esci, vai fuori… fat amazè?!”, giustificandosi di non essersela sentita di esporla a “un pericolo, con un morto in giro (incomprensibile) muore anche lei?”.

Gli inquirenti li stavano ascoltando e Nanni sembra ricordare l’angoscia di quei 21 minuti «senza filtri difensivi». È terrore di chi sapeva. E per il gip, «una involontaria confessione».

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