Delitto di Faenza, la figlia di Ilenia prende le distanze dal padre

«La mia vita è una condanna». Nel ricordare il giorno dell’omicidio di sua madre, quando vide il corpo di Ilenia Fabbri disteso a terra nella casa di via Corbara 4, a Faenza, Arianna Nanni descrive lo choc di fronte a un’immagine che ancora la tormenta. La 21enne prende coraggio quando il procuratore capo Daniele Barberini le chiede se se la sente di raccontare che cosa vide la mattina del 6 febbraio scorso entrando di corsa nella cucina della tavernetta, da dove era uscita prima dell’alba per salire in auto con il padre. «Volevo andare al piano di sopra», esordisce. «Ma in cucina ho visto il cadavere di mamma disteso in un lago di sangue».

Nell’aula della corte d’assise presieduta dal giudice Michele Leoni (a latere la collega Antonella Guidomei) cala il silenzio più totale. La ragazza smette di parlare, voltandosi a guardare verso la gabbia in cui Pierluigi Barbieri, il killer 53enne di origine cervese e residente nel Reggiano, è rinchiuso insieme a suo padre, Claudio Nanni, meccanico 55enne accusato di essere il mandante del delitto. Arianna scuote la testa e continua: «Aveva un taglio alla gola profondo, il sangue era già freddo perché era diventato denso e scuro, poi aveva aveva gli occhi sbarrati, erano già opachi, il corpo era rigido. Ho urlato, ho spinto via i poliziotti e sono andata fuori, mi sono accasciata a terra, non riuscivo a respirare».

La reazione di Nanni

L’ex marito di Ilenia se ne stava in auto, nel parcheggio. Non è mai sceso, come puntano a far emergere le domande del sostituto procuratore Angela Scorza, interessata alla reazione anomala dell’imputato già nel tragitto lungo l’A14 per tornare verso Faenza: «Gli dicevo di accelerare, di andare forte, e lui, “sto andando, mi sento male”». Il presidente vuole capire meglio e chiede alla teste come guidasse di solito il padre: «In terza corsia ci andava?», le chiede. Affermativa la risposta di Arianna, che cita un altro viaggio con lui in autostrada, a Roma, forse lo stesso usato come alibi per quello che secondo l’accusa è stato uno dei precedenti tentativi di far uccidere la moglie.

Gli incubi dopo il trauma

È l’avvocato Veronica Valeriani, legale della giovane, a spingerla a descrivere com’è cambiata la sua vita dopo quel trauma: «Ora, sia di giorno che di notte, mi vengono i flashback di quella mattina. Se sento le campane mi ricordano il funerale o la bara in obitorio, le sirene mi ricordano i poliziotti quella mattina, gli interrogatori o quando hanno portato via mio babbo. Mi danno fastidio i sacchi neri della spazzatura, come quelli della Scientifica quando hanno portato via sulla barella il cadavere di mamma. Anche al cimitero, quell’odore strano mi dà noia. I coltelli mi ricordano l’immagine che il pm mi ha fatto vedere nel lavandino». Un choc senza fine (come riconosciuto dallo stesso giudice che a un certo punto ha parlato di un «test sotto stress emotivo»), che l’ha portata a rivolgersi a uno psicologo perché gli incubi non passano e dormire è dura: «Inizialmente mi accompagnava mio babbo, ma ho smesso quando l’hanno portato via perché non avevo i soldi necessari per il pagamento delle sedute.

Il “no” alla visita in carcere

Sei le lettere che la ragazza ha scritto al genitore dal giorno dell’arresto, a inizio marzo. Ha riconosciuto tutte quelle che le ha mostrato in aula il difensore di Nanni, l’avvocato Francesco Furnari. Ma il desiderio di vederlo, a lungo dimostrato fino alle settimane scorse, è cambiato dall’ultima udienza. Ora che ha deposto, facendo cadere il pericolo di inquinamento probatorio, Arianna potrebbe presentare istanza per chiedere nuovamente di fare visita al padre. Ha però deciso infatti di non farlo. Adesso preferisce attendere la sua deposizione e sentire direttamente da lui come si difende dall’accusa di avere condannato a morte sua madre.

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