De Andrè fotografato da Guido Harari al “Si Fest” di Savignano

SAVIGNANO. Racchiudere Fabrizio De André in uno sguardo ha voluto dire per Guido Harari «viverlo, respirarlo, accettare il confronto con il suo carattere, la sua immaginazione, la sua cultura››. Il noto fotografo e critico musicale, che ha collaborato con i più grandi nomi della musica italiana e internazionale, è protagonista della mostra Fabrizio De André. Sguardi randagi da domani al Si fest (Monte di Pietà, corso Vendemini) presentando quelli che l’autore ha definito ‹‹solo giochi di luci e ombre, per incontrare ancora una volta Fabrizio, in passaggi di tempo e di pensiero››.
Harari, cosa racconta ancora Fabrizio De André, dentro e oltre il suo sguardo?
‹‹Nel mio sguardo, o meglio nei miei sguardi randagi, c’è un’ipotesi di racconto, di testimonianza visiva, di alcuni aspetti della vita pubblica e privata di De André. Un desiderio di svelare e condividere la persona più che il personaggio, i suoi luoghi, le sue abitudini, i suoi rituali. Questo desiderio è cominciato e si è sviluppato in tempi privi di internet e social network, prima ancora dell’avvento delle fotocamere digitali. Ho letto oggi un bellissimo titolo su un sito, a proposito di una grandissimo fotografo mancato da poco, Peter Lindbergh: “La costruzione della sincerità”. Ecco, rende bene l’idea di quello che ho cercato di realizzare insieme a Fabrizio e, probabilmente, a ogni altro personaggio e persona che ho avuto la fortuna di ritrarre››.
Sono “Sguardi randagi” anche perché spesso “rubati”? Perché Fabrizio non amava farsi fotografare.
‹‹Ma gli piaceva lasciarsi guardare! Fotografare Fabrizio era vivere il tempo con lui, respirare le sue parole, ascoltare il ticchettio della sua intelligenza, indovinarne e accoglierne la vulnerabilità. La macchina fotografica diventava un corollario della quotidianità, ragionevolmente tollerata ma a volte di troppo. Ecco perché “sguardi randagi”: perché non c’erano strategie né un immaginario a cui dover corrispondere. Tutto poteva essere inventato navigando a vista, improvvisando, con qualche bel guizzo e molte divertenti scoperte, come la consuetudine di farsi tagliare i capelli dalla moglie Dori, o la miriade di libri, giornali, appunti che affollavano la sua camera da letto dove, di notte, in solitudine, scriveva appunti e versi di canzoni. Questo mi ricorda una bella osservazione dello scrittore portoghese Fernando Pessoa: “non si è mai viaggiato così tanto come dopo aver pensato a lungo”››.
Il vostro rapporto è stato una condivisione di ‹‹frammenti di una vita straordinariamente complessa, e, al contempo, incredibilmente semplice››. Cioè?
‹‹Fabrizio non era facile: combattuto, umorale, autoriferito, come probabilmente è ogni artista. Faceva sua la complessità della vita e la filtrava, o esorcizzava, attraverso la musica e la parola. In lui coesistevano a caro prezzo semplicità e complessità. Quest’ultima forse risaliva all’impossibile confronto iniziale con figure importanti della sua vita, come il padre e il fratello Mauro. La semplicità invece era ben rappresentata da una ricerca di armonia e di “sostenibilità esistenziale” che, dall’infanzia nell’astigiano ai tempi della guerra, era approdata alla Sardegna e all’Agnata, dove poteva stare a contatto con i ritmi della natura e trovare fiato per nuovi “passaggi di tempo e di pensiero”››.
Cosa esporrà al “Si fest”?
‹‹La mostra presenterà una quarantina di immagini frutto di vent’anni di frequentazione e collaborazione con Fabrizio, a cominciare dalla storica tournée con la Pfm del 1979 fino agli ultimi concerti insieme a Dori e ai figli Cristiano e Luvi. Non mancano anche due scatti, mai pubblicati o esposti prima, da lui sollecitati proprio dopo che gli ebbi regalato una stampa con un ritratto che avevo appena fatto (eravamo a metà degli anni Novanta) allo scrittore portoghese Josè Saramago, una delle nostre comuni passioni. Volle assolutamente che lo ritraessi allo stesso modo, con le stesse luci, e quindi, pur con alcune perplessità (Fabrizio si “spegneva” nella dimensione asettica della sala di posa), montai il mio set nel salotto della sua casa milanese. L’esito non fu dei più entusiasmanti (‹‹Eh be’, certo che la faccia di Saramago è ben altra cosa››, fu il suo commento visionando le stampe), ma un paio di ritratti colgono uno sguardo affilato che non gli ho mai visto in nessun’altra foto››.

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