IMOLA. «Sia inteso questo libretto come un atto di sperduto amore. Gli unici atti che valgono di fronte alla propria terra, agli uomini, e soprattutto di fronte ai figli, alle donne e a Dio. Che, si sa, per fortuna è romagnolo». Davide Rondoni, noto poeta, romanziere e saggista forlivese, dà alla stampa in questa estate coviddosa del 2020, 140 pagine di pura romagnolità, con il suo “Quasi un paradiso”, viaggio nella terra del pensiero simpatico (Sem).
Recensire un siffatto libro richiederebbe quantomeno una capacità di scrittura simile se non superiore all’autore e una pari romagnolità. Poiché chi scrive non ha né l’una né l’altra (va là, va là), lasciamo parlare l’autore che è meglio: «In Romagna non si arriva. Non è che ti dicono “mancano cento chilometri alla Romagna o dieci”. In Romagna ci si ritrova. Come ci si ritrova innamorati a un certo punto, e non sapevi che mancavano sei giorni o due ore». Come non essere d’accordo?!
Vai, Davide: «Siamo un popolo immaginario e reale. È che noi romagnoli siamo avanti. La Romagna non è un punto preciso del mondo, ma un preciso e contraddittorio, vario punto di vista sul mondo. Tutti vorrebbero essere romagnoli. Quali sono i suoi confini? Imola è Romagna? Rimini lo è? Dopo lunga osservazione e riflessione, sono arrivato a concepire l’esistenza di una Piccola Romagna e di una Grande Romagna». In sintesi Rondoni sostiene che della Piccola fanno parte Cesena, Forlì e Ravenna e della Grande Rimini, comprese Gradara e Gabicce, poi Marradi e la piana Imolese.
La patacaggine
«La patacaggine: il patàca è un essere difficilmente definibile. Ci vuole sempre qualcuno che faccia il patàca per dare sapore alle serate, alle estati, alla vita intera. A volte il patàca lo riconosci dal passo. Culo basso, baricentro un po’ arretrato, gambe arcuate, come se stesse per fare un duello vestern (si pronuncia così, qui). Il capello lunghetto, anche a sessanta/settantacinque anni, magari tinto sommariamente, e la camicia aperta, possono essere altri segni distintivi. Ma attenzione: la patacaggine è infida, ho visto professionisti con targhe e biglietti da visita, gessati grigi e frequentazioni internazionali, rivelarsi in fondo dei patàca impareggiabili. La donna invece ha la “patacca” ma non può mai essere una pàtaca, perché il romagnolo sa che la donna è l’arzdora (la reggitrice), colei che regge la casa. Può essere rompimaroni, attaccabrighe, pure puttana o una che se la tira, ma patàca mai».
Sboroni e mutor
«La Romagna è una categoria dello spirito. La sboronaggine consiste nella propensione a farla più grossa di quel che si dovrebbe. La sboronaggine è per così dire la necessità di sentirsi riconosciuti come valorosi».
«Noi romagnoli siamo bruschi, non ci piace perdere tempo in pugnette, ci piace arrivare al sodo. In tutti i sensi. Il brusco, in fondo, è uno che si fida della sostanza più che delle buone maniere. Ma il brusco del percorso diventa l’ospitale dell’arrivo. Un’ospitalità dolce e un po’ matta».
«Sbaglia chi pensa che il romagnolo sia maschilista. Il maschio romagnolo ama le donne. Tutte. Non le ama solo in quanto oggetto del desiderio. La Romagna è femmina».
«Il poeta Lello Baldini, spiegò perché noi in Romagna se dobbiamo indicare una motocicletta, la chiamiamo “il motore”, e mutour. Il poeta, ricordando la sua infanzia a Santarcangelo, raccontava dell’apparire dei primi rudimentali bolidi su due ruote e la cosa che colpiva era appunto il motore. In ogni famiglia di Romagna il primo vero scontro si ha quando il ragazzino a tredici anni, comincia a rompere che vuole il motore».
La piada e la politica
«La piadina divide e unisce i romagnoli. Li divide, come è giusto che sia, sulla vera natura e sullo spessore, sulla sua forma e sull’esperienza. In quale altro posto del mondo un’importante rivista culturale, come quella che fondò Aldo Spallicci a Forlì, “La Pie”, prende il nome dell’alimento tipico? La cultura nutre. Il chiosco della piada è un luogo che tra mare e collina punteggia la Romagna. Più che un luogo è una punteggiatura. Un appuntamento».
«Tra le passioni dei romagnoli, dopo l’amore e il motore, viene la politica. Perché lì si può baccagliare che è un piacere. Se da un lato la Romagna è sempre pronta a divampare per questioni politiche (…) dall’altro ha in sé una specie di antidoto alle ideologie. Il vecchio proverbio “tira piò un pel ad figa che un par ad buoi” indica che le forze che fanno la storia non sono solo la violenza e la lotta di classe ma anche il desiderio».
«L’espressione “basta che respiri”, volta a indicare il figaiolo compulsivo e impenitente, ha senza dubbio un elemento di grossolanità, stigmatizza un atteggiamento per cui, in modo sfrenato e un po’ patetico, la bussola interiore è costantemente puntata alla gnocca. E però, però…».
Il liscio e la cultura
«Il liscio è musica da ballo e da compagnia. Le cante romagnole, struggenti e bellissime, sono spesso canti di lavoro, elegie, inni d’amore solitari. Esprimono il lato malinconico e duro dell’animo romagnolo, quello più vero, il tellurico, il magmatico da cui sa erompere anche l’allegria, mai leggiadra e vacua. Una allegria di tipo “espressivo”, ovvero retorico. Un romagnolo soprattutto fa ridere per come parla, per quel che dice: “T’è da scorr quant al pessa al galèni” (devi parlare quando pisciano le galline, un modo per dire di stare zitti)…
«Le cultura qui è un po’ pazza e sanguigna come il resto. Intendo che artisti e poeti sono persone a cui piace la vita. Le riunioni della giuria del prestigioso Premio Cervia, presieduto da Giuseppe Ungaretti, finivano con una cena dove si beveva il Sangiovese dall’ombelico della cameriera…».
E la religione?
«Per noi cattolici anarchici di rito romagnolo, il peccato di golosità o incontinenza, in ogni campo, entro una certa misura, è meno dannoso di quelli di giudizio e di pensiero. La luveria per cibo o letto non mette del tutto a repentaglio la via della salvezza. Il poeta Walter Galli: “Quant a sarò in fila, ins l’atenti davènti a e’ Signor, a sper ad cavèmla cun un tuzòn” (Quando sarò in fila, sull’attenti, davanti al Signore, spero di cavarmela con un tozzone)».
Due sottolineature finali: Rondoni, che è poeta, infarcisce il testo di belle poesie sue e di altri; e poi le geniali citazioni fasulle poste in cima ai vari capitoli. Per tutte: “Ah, fossi nato in Romagna…” (Mahatma Gandhi) !!!

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Salvatore Barbieri
About the Author

Giornalista professionista dal 1988. Ha lavorato al Messaggero, alla Gazzetta di Pesaro, alla Gazzetta delle Dolomiti e ha collaborato con Ansa, Aga, Specchio, La Stampa, America Oggi. Attualmente è vice caposervizio della redazione Cultura & Spettacoli del Corriere Romagna.

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