SANTARCANGELO. Lampedusa, «un’isola in cui non esistono ripari, si è trafitti, attraversati dalla luce e dal vento» e mentre gli sbarchi di naufraghi continuavano «i lampedusani li vestivano con i propri abiti, in un rilancio di misericordia che non voleva né riflettori né pubblicità perché c’era freddo e quelli erano corpi da scaldare».
Dalle parole del libro Appunti per un naufragio, scritto dopo aver guardato negli occhi la vera faccia della sofferenza, avendo assistito a centinaia di sbarchi e ascoltato la voce di chi ogni giorno vi fa fronte, Davide Enia passa alla potenza della scena col suo corpo pulsante e parlante in L’abisso, stasera nell’anteprima del Santarcangelo festival 2050.
Il pluripremiato spettacolo (Premio Ubu 2019) così come il suo autore, drammaturgo, romanziere, regista, attore tra i più originali e intensi del teatro contemporaneo, chiamato dalla direzione artistica dei Motus attenti all’attualità e alle sue contraddizioni, approda a Rimini, alla Corte degli Agostiniani, ore 21.30, e domani sera a Santarcangelo (Nellospazio Parco Baden Powell, ore 22).
È un ritorno quello di Enia al festival, a 17 anni dalla presentazione di due suoi capolavori: “Schegge. Studio su maggio ’43” e “Italia-Brasile 3 a 2”.
Enia, cosa significa tornare al festival e cosa rappresenta per lei?
«Sono felicissimo di tornare e aprire la 50ª edizione, è un onore che mi tengo stretto con grande gioia. Oltre a essere un festival tra i più rinomati e longevi, ha un nome che è il più bello di tutti. Snocciolare le sillabe di Santarcangelo è come appellarci nello stesso tempo all’universo degli angeli e degli arcangeli!».
Perché ha portato questo testo sul palco, cosa l’ha spinta al passaggio dalla narrazione scritta alla scena viva?
«Perché con il testo non avevo esaurito il distanziamento tra i due linguaggi, avevo bisogno di rielaborare utilizzando la parola che si fa carne. Ponendomi la domanda come si può raccontare il tempo presente nel momento della crisi mi si sono spalancate due strade che andavano percorse prendendo atto del fallimento della parola che non riesce a contenere la pienezza di quello che sta avvenendo. La parola celebra il silenzio e io ero in grado di processare quel silenzio perché ci sono stato costruito come essere umano. Nel dialetto siciliano “‘a megghiu parola è chidda ca ‘un si dici”, la migliore parola è quella non detta. Sprofondare dentro la mia lingua significa sprofondare dentro la costruzione del mio linguaggio, e quindi dentro me stesso».
Lei fa scendere negli abissi gli spettatori coinvolgendoli nella profondità della tragedia.
«Cerco di affrontare la crisi del presente tramite l’elaborazione artistica per offrire una visione prospettica. Ognuno sceglie il canale che gli è più congegnale. Per me Abisso prende di petto una situazione di enorme crisi cercando di dare risposte. A ogni replica mi metto nello stato emotivo di come affrontare questo sguardo prospettico».
Il lavoro ha avuto grande riscontro, come lo spiega?
«180 repliche in meno di due anni a partire dal debutto il 9 ottobre 2018 e poi i mesi di fermo. Non so quali siano i meccanismi misteriosi che danno qualità, artisticità, fortuna a un lavoro, posso dire che l’unica strada percorribile per me dotata di senso è quella della personalizzazione assoluta dell’accadimento. Io racconto i mancamenti, l’inadeguatezza del mio corpo di fronte a certi eventi. Racconto cosa succedeva mentre nella mia vita stavo vivendo il dramma collettivo della tragedia del mare e il dramma familiare, la malattia di mio zio che è stata l’ago e il filo che ha permesso a me e mio papà di costruire quelle parole che erano mancate per iniziare a nominare tutto».
Perché è stato così importante inserire suo padre?
«Il mio bacino culturale è quello in cui in cui i padri sono muti e le madri insegnano il rapporto con il mondo. L’empatia che nasce dallo stomaco è materna, ma lo sguardo che guarda è quello del padre. Dal mancato dialogo tra stomaco e occhi nasce il conflitto e quello che sta succedendo è talmente nuovo che bisogna mettere in discussione lo sguardo. Servono pensieri, categorie e parole nuove per processare quello che accade abbandonando paternalismo e patriarcato che ci hanno segnato».
È da questa difficoltà a narrare che sceglie di utilizzare anche il cunto siciliano, il canto, la musica avvalendosi dell’esecuzione dal vivo di Giulio Barocchieri.
«È la tragedia nel senso più alto, è il canto che diventa urlo, musica, rabbia, furia, bestemmia. Nella soluzione registica la partitura di Giulio accumula rumori come si accumula l’esperienza del dramma, rumori che poi si sciolgono in un’armonia. Il lavoro riporta il teatro alla sua origine, alla sua funzione».
Come definisce il suo teatro?
«Il mio è teatro a tutti gli effetti pur nell’assoluta asciuttezza scenica, di gesti, di parole a tutela dei corpi e dei soggetti narrati. Io lavoro sull’immaginario e mi serve un pubblico attivo che elabori nel proprio vissuto per fare i raccordi».
Quale similitudine userebbe per parlare del suo lavoro?
«Il mio è il gesto della semina che spero possa attecchire. Io non sono qui a dare soluzioni perché non le ho, provo a dare prospettive, a creare un legame emotivo tra vita personale e accadimento dove ci può essere un contatto o dove lo si può creare. Queste persone sono uno specchio in cui è riflessa la riposta che diamo!».
È un’immagine amara ma c’è una speranza?
«Alla fine c’è un noi che è un insieme di individualità singole e importante è mantenere la posizione nonostante le paure, le ansie i tormenti, bisogna ascoltare e restare lucidi».
Mettere a nudo il male può aiutare a elaborare il dramma?
«Chi non vuole vedere o nega aiuto sta urlando la propria angoscia, una vita che è dolorosa, sofferta. Certo i razzisti esistono, che possiamo fare?».
Dopo aver affrontato ciò che accade nel Mediterraneo da 20 anni, a cosa sta lavorando ora?
«La pandemia ha dimostrato l’assoluta insensatezza di una progettazione, perciò bisogna riappropriarsi del presente, ora bisogna navigare a vista ed essere in ogni momento capaci di ricalcolare».
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