Danza, “Karnival” di Michela Lucenti al Bonci di Cesena

Entra nel vivo il cartellone di danza del teatro Bonci di Cesena curato da Michela Lucenti (1971), che per tre anni è direttrice artistica associata di Ert con il suo Balletto Civile, apprezzato sulle scene da ormai vent’anni e pluripremiato. La coreografa – qui protagonista – crea “drammaturgie fisiche” dove la danza è connessa a parola, musica, canto, un teatro fisico «come ponte per mettere la “carne” di interpreti a servizio della comunità».

Stasera alle 21 al Bonci va in scena la produzione principale che ha debuttato due mesi fa al festival Vie. È “Karnival”, sorta di racconto su di un rito del carnevale alterato da un comportamento umano insensibile a un’apertura collettiva, per otto interpreti (Fabio Bergaglio, Maurizio Camilli, Loris De Luna, Michela Lucenti, Alessandro Pallecchi, Ambra Chiarello, Giulia Spattini, Francesca Zaccaria) e il percussionista Davide Sinigaglia.

Quale idea di carnevale, Michela, vi ha portato a questa pièce in movimento?

«Siamo partiti dal senso storico del carnevale, rito laico e religioso che precede la quaresima, festa per esorcizzare la morte, ripulire, ricominciare l’anno. Abbiamo studiato carnevali italiani ed europei, fino a elaborare una nostra riflessione piuttosto dura, anche immaginifica, empaticamente comunicativa per il pubblico. Suddivisa nei 4 momenti del carnevale che sono la paura, la cerimonia, la burla (la maschera), l’epilogo tragico. Cerchiamo di comporre un racconto per immagini che cerca di percepire cosa socialmente ci sta accadendo».

Perché il carnevale, sinonimo di allegria, acquista nel vostro lavoro severità e cupezza?

«Perché l’idea comunitaria di condivisione e superamento, che sembrava accompagnarci dopo la pandemia, ci mostra invece un futuro buio fra guerra, bombe, regimi totalitari che uccidono giovani e donne, maschere tra i politici che si sovrappongono, non si capisce dove sta la verità. È come se macinassimo qualsiasi tragedia, senza ritrovare una modalità di unità. Come andati in over, in una sorta di iper informazione. Il concetto di carnevale diventa perciò dissoluzione di questo tempo, perdita di sacralità del rito, carnevale nero. Ci inventiamo anche un plot narrativo.

Ce lo racconta?

«Quattro personaggi: una cantante, un uomo, un prete, una donna tassidermista (imbalsamatrice d’animali) arrivano al Karnival, hotel misterioso di montagna alla “Shining”; l’azione temporale va dal giovedì grasso al mercoledì delle ceneri periodo in cui i quattro subiscono accadimenti. Altri 4 personaggi sono i gestori dell’albergo, gli officianti del rito; egoisticamente concentrati solo su sé stessi, maschere che riflettono quello che noi siamo, uomini e donne persi in un eterno presente, incapaci di guardarsi attorno, di recuperare un rapporto con la comunità, con il tempo della natura. Di conseguenza il pupazzo del carnevale non si riesce a bruciare, non si compie il rito di esorcizzare la morte, continuiamo a vivere in un eterno carnevale macabro, che è il nostro presente».

Senza possibilità di superamento?

«Lo spiraglio c’è, in quanto abbiamo ancora la possibilità di urlare, di gridare per fermare questo eterno carnevale. Sul finale dello spettacolo qualcosa ferma il meccanismo. Lo spettacolo è una specie di monito a svegliare le coscienze, e forse qualcosa sta avvenendo; in questo rito urliamo a una comunità che ci sta guardando, avviene dunque uno scambio».

Che tipo di creazione appare al pubblico?

«È un insieme vario e composito; gran lavoro fisico, danza contemporanea, ritmo, lavoro sull’immagine con riferimenti anche cinematografici “alla David Lynch”, per me regista del mistero che amo tanto, che si fa capire utilizzando l’empatia. Ci sono dipinti, c’è tanto suono sia per il percussionista sul palco, sia per la scatola sonora di Claudio Tortorici, e c’è tanto canto, per una lettura del carnevale di tipo empatico».

Da 16 a 10 euro. Info: 0547 355959

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