Dantone e “L’Orfeo” di Accademia Bizantina a Ravenna

Alla guida di Accademia Bizantina, seconda migliore orchestra al mondo secondo la prestigiosa rivista “Gramophone”, Ottavio Dantone debutta a Ravenna con “L’Orfeo” di Claudio Monteverdi, oggi e domani al teatro Alighieri, per la regia di Pier Luigi Pizzi. Concepita per la corte dei Gonzaga, l’opera debuttò nel 1607 e può essere considerata come la prima forma compiuta di melodramma.

Ottavio Dantone, come sarà la sua lettura di questo “Orfeo” di Monteverdi?

«Si rifà all’esecuzione che abbiamo fatto quest’estate a Spoleto, dove Pizzi ha realizzato una scenografia all’aperto. L’orchestra si trova sul palco: è una situazione anomala ma molto interessante e musicalmente bella per poter fare musica insieme, funziona molto bene e credo anche che sarà un vero spettacolo dal punto di vista scenografico. È una lettura assolutamente filologica, l’opera è completa senonché la nostra scelta è quella di chiudere l’opera nel momento in cui Orfeo, disperato per la perdita di Euridice, lancia un’invettiva contro le donne e, a quel punto, con una sinfonia molto tragica, se ne esce disperato. Il fatto di tagliare l’opera in questo modo può far pensare ad una scelta non filologica ma la filologia, come ho sempre detto, riguarda più che altro il linguaggio, l’estetica. Nel mito di Orfeo lui viene addirittura sbranato dalle furie, ma il lieto fine che impera nel Settecento è un obbligo proprio perché il pubblico non sopportava l’idea di un finale tragico. In generale, i tagli nelle opere, che vengono considerati come degli abusi sulla lettura originale, non lo sono perché all’epoca i tagli erano all’ordine del giorno, come gli adattamenti, le trascrizioni, i cambiamenti di tonalità. La filologia è l’accurata lettura del testo, il rapporto fra musica e parola, fra musica e retorica e un’estetica del linguaggio».

Accademia Bizantina ha ricevuto un importante riconoscimento: cosa ha significato nel vostro percorso?

«È molto importante perché viene dalla “Gramophone”, una delle riviste più importanti del mondo dove molti critici esprimono i loro pareri, siamo stati scelti fra le dieci migliori orchestre del mondo e alla fine siamo risultati secondi e primi in Europa. Questo ci gratifica anche perché siamo un’orchestra con strumenti barocchi ed eravamo a fianco di nomi come i Berliner Philharmoniker e altre orchestre importantissime e questo ci dà molta soddisfazione. Lunedì una nostra delegazione, me compreso, sarà ricevuta dal Ministro della cultura a Roma, insieme ad altri giovani vincitori di concorsi. Quello che ci importa veramente è portare avanti il nostro discorso in maniera onesta e professionalmente attenta. Il nostro lavoro è proprio quello di studiare, studiare, studiare e creare le emozioni nel pubblico che ci ascolta».

Il pubblico della musica barocca è molto più attento e consapevole: come è cambiato in questi anni?

«Questo è un fenomeno che dura ormai da trent’anni, forse di più. Da quando è stata riscoperta la musica antica con criteri filologici, attorno agli anni Cinquanta, c’è stato un grande crescendo soprattutto all’estero, ma adesso piano piano anche in Italia. L’attenzione e il gradimento per la musica barocca con strumenti antichi è andata sempre più crescendo al punto che oggi è veramente raro sentire musica barocca con strumenti moderni. Soprattutto perché usiamo un linguaggio che permette di comprendere questa musica fino in fondo, mentre suonarla senza una coscienza estetica può generare equivoco nell’ascolto e non permettere di apprezzare la bellezza e la ricchezza di questo repertorio».

È aumentata la sensibilità del pubblico?

«Certo, perché capisce. Una volta la musica barocca era meno frequentata perché non suonata con la coscienza e l’estetica giusta e il pubblico non la capiva, la trovava forse più noiosa, meno interessante. Ma se suonata in un maniera corretta e tutte le attenzioni agli affetti, alle espressioni e alle emozioni vere, il pubblico la comprende, è un linguaggio che comprende quindi lo ama».

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