Dall’Ucraina alla Romagna: “La mia vita a Donetsk ma non con Putin”

RAVENNA – E’ una donna forte, Galina Savostianova. Ha cresciuto due figli da sola, ha diretto fino a maggio un’organizzazione da 3.500 iscritti a Donetsk. La sua storia ha commosso la platea del congresso provinciale della Uil ravennate, che venerdì ha visto confermato Carlo Sama alla guida. Dal 2014, quando i separatisti filo-russi hanno iniziato ad insidiare la zona dell’Ucraina in cui viveva, ha sempre preso posizione per la libertà del suo Paese. E ora, per avere salva la vita, ha riparato a Cesenatico, ospite di un progetto di cooperazione internazionale voluto dalla Uil regionale (che ancora non ha visto finanziamenti dallo Stato) che ha portato in Romagna undici donne e nove bambini, considerati fra quelli più a rischio dalla Confederazione del libero sindacato ucraino (Kvpu). Lei è la presidente della rappresentanza dei lavoratori del settore minerario nella realtà di Donetsk, dove attraverso una azienda statale erano impiegate circa 7mila persone.

Parla con voce ferma, Galina. Con incedere pacato e approfondendo un concetto alla volta, dando modo alla traduttrice di rendere in italiano ciò che lei afferma in russo. Il tono si spezza solo quando le si chiede come vede il suo futuro: «Vivo alla giornata adesso. Avevo tutto, ora ho solo una valigia e due bambini. Voglio tornare a Donetsk, ma solo se sarà Ucraina».

Galina, quando siete giunti in Romagna, fuggendo da Donetsk?

«Siamo qui dal 27 maggio, sono sbalordita dalla solidarietà del sindacato italiano. In questo momento il nostro non può fare altrettanto»

Quando ha capito che rimanere a casa sua era pericoloso?

«Da noi la guerra c’è da otto anni. I territori confinanti erano occupati dai separatisti filo-russi. Prima dell’offensiva avviata da Putin nel febbraio scorso però ci sentivamo sicuri. Fino a che il sindaco della città ha annunciato, a inizio aprile, che era imminente la presa di controllo della città da parte delle truppe russe. In due, tre giorni, saremmo dovuti evacuare. E’ iniziata una fase convulsa: mancavano viveri, medicinali. Per ritirare il danaro al bancomat si facevano file di tre giorni, le fabbriche chiudevano. Tutto per un’azione che a me risulta, tutt’ora, incomprensibile»

Perché, incomprensibile?

«Io vengo da una zona in cui tutti parlano russo. Io stessa ho viaggiato in tutta l’Ucraina parlando questa lingua senza mai riscontrare nessun problema. Prima del 2014 le miniere in cui lavoravamo funzionavano a pieno regime e noi ricevevamo uno stipendio congruo. Quando è iniziata la pressione dei separatisti, intensificatasi nella nostra area tre anni fa, mai saremmo voluti passati dalla parte russa. Ci sentivamo liberi».

Avete preso posizione contro Putin?

«Sì, perché non avevamo certo bisogno di “essere liberati”. Manifestavamo in sicurezza, non come in Bielorussia dove i sindacalisti vengono imprigionati. Invece i russi volevano togliercela, la libertà. Lentamente, molti hanno iniziato a fuggire per l’azione dei separatisti. E poi è toccato anche a me e ad altre migliaia di persone, che mai torneremmo in un Dombass controllato dalla Russia. Per questo la posizione di alcuni Paesi europei mi fa così male».

Quale posizione in particolare?

«Io vivo malissimo il fatto che alcuni governi dell’Ue vogliano privare me e la mia popolazione di un luogo dove vivere. Perché mai potremmo essere sicuri sotto l’egida di Putin. Per questo sono grata a Zelensky e per questo è così importante resistere»

Ora quale condizione vivono i lavoratori che rappresenta?

«Nei territori sotto controllo russo, molte miniere sono allagate. Nelle altre i minatori vengono fatti lavorare in condizioni terribili e si registrano quantità tremende di morti sul lavoro».

E in quelle nei territori ancora controllati dall’Ucraina?

«Sono attive varie miniere di carbone e la potenzialità produttiva è ridotta al 40%. Lavorano solo i più anziani e sono un sesto della forza lavoro necessaria. Gli altri sono in guerra. I minatori sono considerati eroi: vanno 5mila metri sotto terra ogni giorno col rischio di non risalire più, sotterrati da qualche bombardamento. Attraverso il sindacato paghiamo loro il 30% dello stipendio, con un’inflazione che è al 300%. Ma il carbone che procurano è la fiammella che conserva quel po’ di elettricità garantita al Paese e sarà oro il prossimo inverno».

Da quando è in Romagna quale accoglienza ha registrato?

«Incontro solo sostegno. Anche le altre donne del sindacato mi confermano: quando i cittadini vengono a sapere che siamo ucraini raccogliamo solidarietà, abbracci, accoglienza. Ringrazio molto per questo. Io però non so come immaginare il mio futuro, vivo un giorno per volta. Voglio tornare a casa mia, ma solo se sarà ancora in Ucraina».

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