Da un’idea nata al bar alla sfida con i big data center

Da un confronto “premonitore” in un bar nel cuore di Rimini alla gestione di 230 imprese associate in tutta Italia, con una rete di migliaia di aziende distributrici e la patente di punto di riferimento del settore dei software gestionali per le aziende, i commercialisti e i centri di assistenza fiscale, le scuole, la Pubblica Amministrazione centrale e periferica: in un quarto di secolo AssoSoftware ha saputo ritagliarsi un ruolo di leader nazionale e non solo, visto che con il progetto GAIA-X sta contribuendo alla nascita di un vero e proprio cloud europeo e a una sorta di sovranismo dei nostri dati. A salire sulla macchina del tempo in un viaggio ideale dalle origini al futuro è il riminese Bonfiglio Mariotti, presidente dell’associazione, che qualche settimana fa ha portato la stessa AssoSoftware ad acquisire lo status di socio diretto di primo grado in Confindustria nazionale, con diritto di voto in assemblea nazionale al pari delle Unioni territoriali di Confindustria.

Presidente Mariotti, come e perché nasce Assosftware?

«Tutto parte da un bar di piazza Tre Martiri in una serata del 1994. È stato lì, nel centro storico di Rimini, che, insieme ad Antonello Morina della Esa, Giovanni Ranocchi di TeamSystem e ai proprietari di due aziende milanesi molto più grandi delle nostre abbiamo deciso di unire forze e competenze e di costituirla con l’aiuto di Gabriele Baschetti di Skema ancora oggi nostro commercialista. Per non morire prima ancora prima di cominciare a operare, un’azienda deve abituarsi a guardare almeno a medio se non a lungo termine, noi capivamo con tanto anticipo che si sarebbe mosso un mondo intero dietro a quella che al tempo si chiamava informatizzazione e ora viene ribattezzata digitalizzazione: lo Stato e la globalizzazione che sarebbe arrivata lanciavano sfide importanti in termini di innovazione e di scambio di documenti e dati, abbiamo deciso che non avremmo voluto viverle senza avere voce in capitolo. Non volevamo cioè farci calare dall’alto le riforme legate all’informatizzazione delle imprese, delle professioni e della macchina statale, ma essere parte dialogante, proporre il nostro punto di vista e i nostri progetti che sono sempre stati recepiti dagli organi statali perché provenienti sì dal privato, ma da un privato estremamente competente. AssoSoftware vede le prime avvisaglie di come i governi, dimentichi della concertazione, iniziano a calare dall’alto riforme e progetti, a volte da un giorno all’altro, lasciando tutti impreparati. Così ci siamo alleati, senza strepiti e proteste plateali, in modo costruttivo. Siamo partiti in 7 soci e oggi siamo circa 250, di un certo peso»

La pandemia da Covid-19 ha più valorizzato al massimo le nuove tecnologie o evidenziato come in fatto di digitalizzazione il nostro Paese non sia fra quelli più all’avanguardia?

«Noi non siamo mai stati chiusi, perché dovevamo mantenere il sistema, ma il Covid – quindi il lockdown e la privazione della possibilità di lavorare insieme – ha messo in evidenza quanto è importante il nostro settore: non perché fa lavorare la gente in smart working (oltre a governare il nostro settore ho naturalmente una mia azienda, la Bluenext con cinque sedi operative, Rimini, Catania, Bergamo, Genova e Arezzo dove già prima usavamo gli stessi strumenti di lavoro), ma perché ha fatto finalmente comprendere ai governi, agli investitori, ai clienti stessi quanto sia importante che un’azienda sia adeguatamente informatizzata e digitale, che possa essere connessa in tempo reale con tutti i dipendenti, dovunque siano, i clienti, i fornitori. Prima i nostri partner andavano a proporre il cloud e registravano un certo disinteresse, ora con il Covid milioni di nostri clienti, i governi e l’opinione pubblica hanno capito quanto siano vitali le attività come le nostre. Tanto che la valorizzazione teorica delle nostre aziende in un anno è almeno triplicata: se a parità di fatturato un’azienda valeva 10 ora ne quota 20/30. E non è una bolla, il fatto è che prima era sottostimata».

Siete presenti su tutto il territorio nazionale con oltre 230 imprese associate: come e quanto è sviluppata l’Emilia Romagna?

«Diciamo che dal punto di vista della digitalizzazione o dell’informatizzazione dei flussi siamo messi bene, o meglio è messa bene la parte della manifattura, delle imprese industriali e commerciali. Qui siamo ai livelli della Lombardia e del Veneto e insieme costituiamo il pool di regioni più evolute. Ciò che invece, dal punto di vista informatico, segna il passo è tutto il settore del turismo, ancora piuttosto indietro mentre potrebbe e dovrebbe essere alla pari delle grandi imprese».

Siete fra i soci fondatori del progetto del Cloud Europeo GAIA-X: qualche particolare in più su cosa sia?

«È prima di tutto un progetto politico, l’equivalente della fondazione di Assosoftware 25 anni fa. Ci chiediamo cioè se vogliamo continuare a essere sotto ricatto degli americani o dei cinesi o preferiamo fare da soli: i grandi data center come Microsoft, Amazon, Google e quelli a partecipazione cinese, coprono il 65-70% del mercato italiano e consegniamo nelle loro mani miliardi di dati ogni anno. GAIA-X è partito su impulso dei tedeschi e dei francesi, che hanno poi coinvolto l’Italia e noi siamo stati fra i primi ad aderire a un’iniziativa che dovrà portare a una gestione europea dei dati. Vogliamo chiamarlo sovranismo dei dati? I termini non sono importanti, lo è il risultato, l’obiettivo è far nascere più data center federati fra di loro. La stessa partecipazione di AssoSoftware fra i primi soci fondatori del progetto è l’indice della nostra consapevolezza dei cambiamenti epocali in corso nel nostro Paese e nel mondo».

È di qualche settimana fa il riconoscimento di AssoSoftware quale socio diretto di primo grado in Confindustria nazionale

«Si tratta di un traguardo importante, che rafforza la nostra presenza in ambito Confederale ed è un riconoscimento stimolante per la nostra storia associativa che ci consentirà di portare ai vari tavoli istituzionali la voce di un comparto così rilevante per il Paese come quello dei software gestionali. Un settore che, vale la pena ricordare, 20 anni fa non aveva rappresentanza, è cresciuto in modo esponenziale anche grazie alla nostra capacità di fare rete e che ora dà lavoro a quasi 100.000 persone. Non abbiamo aderito per aumentare la visibilità esterna della nostra azione, ma per poter condividere con le altre realtà associate a Confindustria informazioni e best practice sui nostri temi di riferimento, quali industria 4.0, fisco, lavoro e digitalizzazione della PA, ma anche per poter incidere maggiormente nelle scelte strategiche e operative che riguardano il nostro settore. In particolare, il cambiamento del nostro status all’interno di Confindustria, segnala l’importanza che ha assunto il nostro settore per la vita di tutte le imprese industriali, commerciali o artigiane italiane ed è un tassello che consente una maggiore conoscenza del processo di trasformazione digitale di un Paese che sconta a oggi ancora ritardi in tema di digitalizzazione, sia a livello di servizi, sia a livello di adozione di tecnologie e infrastrutture».

In chiusura, dopo il passato e il presente è tempo di futuro: le sue previsioni? Come vede la ripresa?

«Il nostro settore non può che avere ottime prospettive, c’è anche il Pnrr che destina 40 miliardi di euro alla digitalizzazione e questo inciderà su tante cose: c’è ad esempio finalmente un progetto di digitalizzazione reale e concreta del sistema scolastico, ma anche della Sanità e della Pubblica Amministrazione. Oggi a un figlio consiglierei quindi una laurea in ingegneria informatica nelle grandi scuole in giro per l’Italia, ma attraverso i nostri clienti respiro però anche belle prospettive sugli altri settori: ci dimostrano infatti grande fermento e fiducia già sul 2022 e ancor più sul 2023».

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