Da “Piazza Andrea Costa” a “Piazza Giovanni Pascoli”

Nel precedente articolo di questa rubrica che va a pettegolare su “Fatti e personaggi della cronaca riminese tra Ottocento e Novecento” abbiamo lasciato la piazza e la chiesa di Viserba mare senza intestazioni. In attesa di ricevere appropriati toponimi i due luoghi saranno comunemente chiamati “Piazza del mercato” e “Chiesa dei bagnanti”. Il sacro edificio sarà dedicato a Santa Maria la piazza avrà un “battesimo laico” alquanto laborioso, che merita di essere ricordato. Procediamo con ordine.

All’inizio del 1910, sul nome da dare alla piazza, si apriva una vivace querelle che aveva per protagonisti il fascio anticlericale viserbese, diretto e organizzato dai socialisti, e le “pie donne” dell’arciprete don Giovanni Nicoletti, officiante nella nuova chiesa di marina. Queste ultime, stando ai giornali dell’epoca, si muovevano «nell’ombra» per suggerire «a chi di dovere» il nome di una devota persona deceduta in odore di santità. La cosa, naturalmente, non andava a genio ai loro contendenti.

Il 19 gennaio 1910 moriva Andrea Costa (1851-1910), un uomo che aveva dedicato la propria vita al movimento operaio, un mito per i propugnatori del Sole dell’Avvenire, conosciuto e apprezzato da tanti viserbesi per le sue puntate elettorali nel riminese. Chi più di lui avrebbe meritato quella piazza? La considerazione scaturiva in un momento in cui i socialisti della borgata riminese si apprestavano ad inaugurare la loro bandiera: un evento nel calendario politico della Sinistra che aveva avuto l’imprimatur del giovane segretario della Federazione socialista di Forlì, Benito Mussolini, astro nascente del nuovo massimalismo rivoluzionario italiano. Il vessillo stava a significare che i compagni della piccola frazione balneare avevano costituito una “squadra autonoma” e che era loro intenzione dare più vivacità all’azione di propaganda in funzione delle imminenti battaglie elettorali. Per «la cerimonia della bandiera» la “cellula socialista” di Viserba aveva preparato una manifestazione popolare e in quella occasione la piazza avrebbe dovuto ricevere il battesimo proletario.

Domenica 17 aprile 1910 sul piazzale di Viserba, non ancora completamente ultimato, convenivano i rappresentanti delle delegazioni socialiste delle sezioni di Bologna, Forlì, Savignano, Bellaria, Rimini e Riccione. A questa massa di militanti stretti attorno ai loro stendardi, si aggiungeva una folla trabocchevole di popolo. Oratori ufficiali della cerimonia, spesso interrotti da scrosci di applausi, Gaetano Tonini e Ugo Lenzi. In una atmosfera di grande passione civile, surriscaldata dalle tematiche dei comizianti, tutte incentrate sugli squilibri sociali e su come ottenere una più equa distribuzione della ricchezza, i viserbesi alzavano al cielo il loro rosso vessillo promettendo di onorarlo con l’impegno della politica. Al termine della cerimonia, resa ancora più suggestiva dalla fanfara di Santarcangelo, che tra un intervento oratorio e l’altro inseriva pezzi «di musica scelta» senza dimenticare le «sublimi note» dell’Inno dei lavoratori, arrivava il clou della manifestazione: lo scoprimento della targa di marmo con la scritta “Piazza Andrea Costa”. L’atto, cui faceva seguito un commovente ricordo dell’«apostolo del proletariato», era sottolineato da un applauso lunghissimo, una vera e propria ovazione. La lapide era stata murata sulla facciata di casa Zanotti ed occultata – riferisce La Riscossa il 23 aprile 1910 – con un drappo di color carminio la sera precedente.

L’intestazione della piazza ad Andrea Costa coglieva di sorpresa tutti e avveniva, guarda caso, in un momento in cui il Municipio, senza amministrazione, era in attesa del commissario prefettizio. Questi, nella persona di Fellino Fellini, riceveva il mandato il 17 aprile, vale a dire il giorno stesso della manifestazione socialista; e così quando giungeva a Rimini il nome della piazza era già un fatto compiuto, anche se non ufficializzato nel suo aspetto burocratico.

La sorpresa fu accolta dai clericali come una provocazione; addirittura come un’offesa alla religione e alla chiesa in procinto di essere ultimata. Non era giusto, dicevano, che la casa del Signore nascesse in una piazza intestata a un senzadio, a un “sovversivo” che aveva fatto della sua battaglia contro la «sottana nera» una missione. Nonostante le proteste e la mancata registrazione, la piazza mantenne il nome di Andrea Costa ed entrò con quella dicitura nell’uso comune della popolazione, citata persino nelle cartoline postali illustrate.

Dopo tre anni dal fatto compiuto, quando i socialisti ritenevano di avere avuto su quella denominazione partita vinta, arrivava la doccia fredda. Nella seconda settimana di agosto del 1913, mentre si era nel culmine della stagione dei bagni e villeggianti e residenti si apprestavano a celebrare i riti del ferragosto, la targa di marmo con la dicitura di “Piazza Andrea Costa” veniva rimossa dal suo posto e sostituita con un’altra dove risaltava la scritta di “Piazza Giovanni Pascoli”. Una manovra orchestrata da Michele Varriale, nuovo commissario prefettizio, all’insaputa dei viserbesi. Un fulmine a ciel sereno.

«Molte sono le supposizioni – scriveva Il Momento del 14 agosto 1913 – che si fanno su questa improvvisa e inaspettata sostituzione. Certamente non è estranea l’influenza malefica del prete. La piazza che dà adito alla ‘Casa del Signore’ non poteva essere intitolata al grande agitatore del proletariato, al flagellatore dei preti!».

A ben riflettere, tuttavia, la decisione adottata dal regio commissario fu estremamente saggia, tanto assennata da riuscire ad appianare definitivamente i malumori in casa clericale e in casa socialista. I primi infatti si ritennero appagati per averla avuta vinta, anche se dovettero ingoiare il rospo di un altro nome socialista; ma Pascoli era un letterato, un poeta, un “compagno” dal volto umano e senza alcun livore nei confronti dei preti. I socialisti, da parte loro, fecero buon viso a cattiva sorte, dato che la piazza manteneva pur sempre il nome di un compagno di lotta e di fede; anche se non della “tempra” di un Andrea Costa.

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