Da inizio pandemia chiuse nel Ravennate 1.558 aziende

Il Coronavirus non fa sconti a nessuno, tanto meno alle migliaia di piccole, medie e grandi imprese ravennati che, ora, cominciano a pagare il prezzo della parziale o totale inattività. I numeri sono impietosi e dall’inizio della pandemia a fine settembre – questi gli ultimi dati disponibili dal centro studi della Camera di commercio – le attività che hanno dovuto abbassare per sempre le serrande sono ben 1.558. Un numero impressionante che non fa altro che inasprire una situazione di declino economico già in atto da oltre un decennio. Basti pensare che nel 2009 alla Camera di commercio di Ravenna erano iscritte 42.495, il 30 settembre di quest’anno il numero è sceso a 38.342. L’apertura di nuove attività permane, ma riesce solo in parte a mitigare l’aspirale discendente di un tessuto imprenditoriale alla disperata ricerca di risposte invece che di slogan.

E nel frattempo, anche l’ultima indagine del Sole 24 Ore sulla qualità della vita in Italia, vede Ravenna tra le province con più attività cessate in un solo anno.

E il Covid-19? Il lockdown prima e le restrizioni poi non hanno fatto altro che abbattersi con ancora maggior furia su un mondo in parte in ginocchio.

Misure necessarie, certo, ma che inevitabilmente stanno mostrando i loro effetti sul lato economico. Basta una passeggiata in via Cavour per rendersi conto di come stanno le cose, con tante piccole attività ormai chiuse per sempre, altre che cambiano gestione di mese in mese e i grandi marchi delle multinazionali che agguantano ogni spazio rimasto.

Il futuro

Il problema, secondo le stime e le indagini economiche che stanno facendo gli esperti, è che le 1.558 imprese chiuse sarebbero solo la punta di un iceberg molto più grande che aspetta solo di mostrarsi. Il picco delle chiusure delle imprese ravennati è da tutti atteso nei primi mesi del prossimo anno. Un’indagine effettuata ad ottobre dall’osservatorio economico della Camera di commercio mostra infatti come due imprese su cinque lamentino un deterioramento della liquidità a seguito dell’emergenza sanitaria. Ciò ha indotto molte aziende a richiedere nuove linee di credito pur senza requisiti di affidabilità (le richieste sono state in gran parte accolte perché supportate dal Fondo di garanzia per le PMI, che tutela le banche in caso di insolvenze) e ogni volta che si ipotizzano nuove restrizioni il risultato è che qualcuno prenderà la via del fallimento.

Secondo la Banca d’Italia, nel secondo trimestre del 2020 il debito complessivo delle imprese in percentuale del Pil è salito al 73% e, nonostante il dato ora sia sensibilmente più basso di quello medio dell’area dell’euro (pari al 115%), la sensazione generale è che possa crescere ancora. In contropartita sono crollati gli investimenti, meno 10%, e nell’annus horribilis in corso, parlando di giro d’affari, quasi due terzi delle imprese della provincia di Ravenna ha dichiarato riduzioni del fatturato.

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