Da Forlì agli Usa: la storia dell'oncologo Muller Fabbri: "Ora mi sento parte di un sogno"

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Cosa spinge un giovane medico oncologo a trasferirsi in America per fare ricerca? Qual è la miccia che brucia dentro al punto da convincere un ragazzo di 30 anni avviato alla professione sotto l’ala protettrice di Dino Amadori ad andare Oltreoceano? La storia di Muller Fabbri, 48 anni, forlivese, ora associate director del Centro per il cancro e l’Iimmunologia al Children’s national hospital di Washigton, l’Ospedale nazionale pediatrico degli Stati Uniti d’America, è fatta di curiosità e determinazione, di studio e impegno, ma anche di una profonda fiducia nel fatto che «ciò che deve accadere trova il modo di succedere». «Io sono un uomo di fede, sono cattolico - racconta il ricercatore - credo che tutto faccia parte di un disegno più grande che l’uomo non riesce e non può comprendere. Il compito del medico, nella mia visione, è quello di alleviare la malattia curando e gestendola, con la consapevolezza che l’immortalità non può essere garantita e che la medicina deve confrontarsi con dei limiti. Ma il fatto che non si muore più di certe malattie dimostra che gli sforzi dell’uomo e della medicina sanno dare risultati».

Fabbri, come è iniziata la sua carriera?

«Ero medico oncologo a Forlì, lavoravo in day hospital, in reparto, ho fatto anche assistenza domiciliare nell’hospice a Forlimpopoli. Però io sentivo l’insufficienza di quello che facevo, sentivo dentro di me l’insofferenza crescere sempre più forte, non volevo limitarmi a vedere se alcuni farmaci già esistenti potevano dare vantaggi, volevo scoprire se potevano esistere altri farmaci possibili, altre cure. Desideravo cercare di capire se esistono altri meccanismi sconosciuti, altri “bersagli” da colpire con farmaci e terapie. Al tempo lavoravo con Dino Amadori, una persona che per me è stata un mentore e un maestro. Una persona che è riuscita a cogliere il mio scontento, dandomi l’opportunità di lanciarmi verso altre sfide».

Amadori non ha cercato di trattenerla a Forlì?

«No, anche in questo sta la mia gratitudine verso di lui. E’ stato Amadori a presentarmi a Carlo Maria Croce, un altro italiano, luminare della Thomas Jefferson university, a Philadelphia durante un congresso a Parma. Così, nel luglio 2003 partii per l’America approfittando anche di una borsa di studio dello Ior. Nel corso di quell’anno scoprimmo il ruolo degli adenovirus nel veicolare i geni nelle cellule tumorali. Una scoperta importante, che spinse Croce a chiedermi di restare fino almeno alla pubblicazione dei risultati della ricerca. Io mi sentii un po’ in difficoltà perché non volevo venire meno alla promessa fatta ad Amadori, col quale ero rimasto d’accordo che sarei tornato a Forlì una volta terminata la borsa di studio. Invece Amadori mi ha supportato, anche grazie all’intervento di Croce. Così sono restato in America. Lì mi sono sentito veramente in prima linea, parte del sogno di contribuire alla realizzazione di nuovi farmaci per la lotta ai tumori». L'intervista completa sul Corriere Romagna in edicola

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