Da area squallida e inospitale a quartiere residenziale

Tempo fa, nel trattare il ponte alla foce dell’Ausa (Corriere Romagna, martedì 20 ottobre 2020) abbiamo accennato ai Traj: una zona di litorale – abbiamo scritto – «arida e inospitale … lontana e appartata dalle piacevolezze della bagnatura». Naturalmente la descrizione di quel luogo si riferiva ai primordi della balneazione. Bene, ora prendiamo in considerazione proprio questa fascia di territorio e lo strano nome che la identifica.

I Traj rappresentano una vasta superficie di arenile adiacente al Borgo San Giovanni. L’origine della parola non è chiara. L’esatto significato del vocabolo è sconosciuto, anche se è possibile azzardare un riferimento terminologico all’atto del trainare e in particolare ai traini, speciali carri senza ruote utilizzati per il trasporto di carichi su terreni accidentati. Nella Guida ai Bagni di Rimini del 1874, Ruggero Ugolini, scrupoloso cronista riminese, dopo aver dichiarato di non essere riuscito a trovare la genesi della parola, sostiene che col nome di Traj «s’intende un lembo di spiaggia riminese ad un chilometro di distanza dallo Stabilimento balneare e al di là di un torrente chiamato Ausa». Per il popolino, non ancora avvezzo alla moda dei bagni di mare, i traj sono semplicemente i poderi, i campi coltivati, gli orti e soprattutto le aree sabbiose e incolte che si estendono nelle adiacenze della strada omonima

La via Trai, così determinante per l’identità del luogo, scende dal Borgo San Giovanni e sfocia nei pressi della trattoria La Barriera (poi Villa Amati e oggi Park Hotel). Con i riferimenti odierni possiamo dire che la strada aveva inizio dall’Arco d’Augusto, attraversava il vicolo San Gregorio e all’incrocio con la via Lagomaggio (via degli Orti) prendeva la direzione del mare per poi procedere lungo la odierna via Parisano. Agli albori del XIX secolo il tragitto era poco più che un sentiero, lungo e tortuoso e spesso interrotto da acquitrini e da dune vaganti. Nel 1869, con l’insediamento sul litorale dell’Ospizio marino del dottor Carlo Matteucci, adibito alla cura degli scrofolosi, la via Trai saliva alla ribalta della cronaca cittadina e diventava oggetto di particolare attenzione da parte del Municipio che, già due anni dopo, la riteneva «di primaria importanza» per gli interessi della città (Atti del Consiglio Comunale di Rimini, seduta del 22 maggio 1871). I periodici lavori di assestamento del fondo e di ampliamento della carreggiata la rendevano sempre più agibile e frequentata. Nel 1912 la via Trai, allargata, alberata e modificata nella sua ultima parte, dalla ferrovia al mare, con una deviazione rettilinea, veniva chiamata viale Tripoli. L’ultimo tratto della primitiva strada manteneva l’antica denominazione di via Trai, per diventare poi nel 1934 viale Renato Parisano in ricordo del riminese di adozione, volontario di guerra, pluridecorato al valore militare, caduto a Cima Valderra il 13 dicembre 1917. Nel 1913, all’incrocio della nuova strada con la litoranea, era inaugurata la chiesa dei Traj, che nel 1919 sarebbe stata affidata alle cure spirituali dei padri salesiani.

Dopo la Grande guerra, con l’incremento edilizio e demografico della marina, i Traj diventano un popoloso quartiere abitato tutto l’anno ed anche una località strutturata per la balneazione con una spiaggia pulita e attrezzata frequentata da villeggianti e da gente del posto.

Il Municipio ha a cuore la zona e le dedica molta attenzione. Nel 1927 al centro dello slargo realizzato tra il viale Tripoli e il viale Amerigo Vespucci è collocata una fontana; nel 1928 la costruzione di due edifici a settore circolare rendono la “piazzetta” ancora più gradevole. Nel 1935 con l’abbattimento delle ville Bosi e Gaudenzi l’area si apre verso la spiaggia e la nuova immensa piazza Tripoli si congiunge al lungomare Vittorio Emanuele III attraverso una imponente struttura stradale di raccordo. La grandiosità del luogo – l’elegante esedra di negozi, la graziosa fontana trilobata, le due arterie larghe e alberate che la intersecano (viale Vespucci e viale Tripoli), l’immensa aiuola fiorita al centro della rotonda stradale del lungomare e la balconata panoramica sul mare – imprimono signorilità e prestigio a tutto il «quartiere di piazza Tripoli», pienamente inserito nel tessuto turistico alberghiero del lido e frequentato, nella stagione dei bagni, da moltissimi vacanzieri.

Nell’immediato secondo dopoguerra, appena scalfita dai bombardamenti, piazza Tripoli diventa il cuore vitale di tutta la marina ridotta a un cumulo di macerie. Nel 1948, nelle vicinanze di Piazza Tripoli, in un fazzoletto di litorale rimasto ancora indenne dalla speculazione edilizia, nasce l’Oriental Park; nel 1951, sul margine settentrionale della piazza, in un’area destinata a giardino, spunta il Grand Hotel Mocambo. È l’inizio di quella ricostruzione selvaggia che stravolgerà i connotati del lido trasformandolo in una disordinata colata di cemento.

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