Il mare, a differenza della terra, cancella immediatamente ogni passaggio dell’uomo. Ma se la superficie è immutabile, l’abisso nasconde e può al contempo custodire relitti d’ogni tipo. Anche l’Adriatico, da millenni la principale via di collegamento tra settentrione e meridione mediterraneo, tra Mitteleuropa e Medio Oriente, tra Trieste, Venezia, Ravenna e Pireo, Istanbul, Alessandria, solo per citare alcuni dei porti più importanti, delle rotte più battute. Relitti di navi, piccole e grandi, mercantili e militari, ma anche di aerei e di piattaforme, come quella tragicamente straordinaria del Paguro, che esplose e affondò di fronte a Ravenna nel 1965, che è oggi un’oasi naturalistica di grande pregio.
Archetipi di viaggi sottomarini
I relitti sono da sempre anche archetipi di viaggi sottomarini, reali e fantastici, e oggi “Inseguire un sogno sommerso è un’ossessione tarata sul nostro presente”, scrive Pietro Spirito in “I custodi degli abissi. Piccolo trattato sui naufragi del tempo” (pp. 94; € 9,50), pubblicato da Ediciclo nella fortunata collana “Piccola filosofia del viaggio”. Un testo agile, che raccoglie le tante esperienze sottomarine di uno scrittore subacqueo, mescolate a riflessioni altrettanto profonde sui significati metaforici di tutte le storie che il mare custodisce gelosamente, tenendole “nascoste, celate alla vista e alla memoria” per secoli, restituendole poi magari fortuitamente.
Solo nell’Alto Adriatico, Pietro Spirito, stima oltre duemila relitti, almeno uno all’anno da quando il traffico marittimo, in età classica s’è fatto intenso. Senza contare poi gli aerei caduti durante le due guerre mondiali. Tessere di “quel caotico puzzle che ricompone il quadro complessivo della Storia che, qualunque sia il senso che vogliamo dare all’esistenza, ci riguarda tutti”.

"I custodi degli abissi", il libro sui relitti
Il relitto della piattaforma Paguro al largo di Ravenna


Riminesi nella battaglia di Grado
Spirito in questo libro racconta alcuni di questi ritrovamenti, provando a ricostruire le circostanze dei fatti che hanno preceduto l’affondamento. Parte dal relitto del brick Mercurio e dalla battaglia di Grado del febbraio 1812. Era un veliero battente bandiera del nuovo Regno d’Italia napoleonico, che aveva a bordo 94 uomini, tra cui ci preme ricordare su queste pagine Tommaso Costantini, di Lorenzo, 22 anni, da Rimini (di 3^ classe, gabbiere) e il novizio Giacomo Battara, di Sebastiano, da Rimini (Cattolica), si legge nel Ruolo d’Equipaggio di Bordo, conservato all’Archivio di Venezia.
Morirono quasi tutti, si salvarono solo in tre, a seguito dell’affondamento provocato dal fuoco dei cannoni della flotta inglese. Se documenti e acquetinte avevano conservato memoria dei tragici accadimenti, solo nel 2001 un peschereccio incoccerà le sue reti nel relitto, avviando poi i lavori subacquei di recupero. Nel corso delle lunghe campagne di scavo Spirito si è immerso parecchie volte sul relitto e “a ogni immersione, si è ripetuta l’alchimia dell’evocazione. Nuotando … e osservando i teschi e le ossa brunite dei marinai morti, l’elsa di una sciabola coperta di concrezioni, il calcio di una pistola ad acciarino … mi sono messo in ascolto cercando di captare la profonda vibrazione del tempo”.
E ci sono anche gli aerei
Antichi relitti di navi, ma anche più recenti di aerei, come quello del Consolidated B-24 Liberator 42-51642, un grande quadrimotore di 27 metri, dell’aviazione americana. Precipitò al largo delle foci del Tagliamento, il 28 febbraio del 1945, colpito dalla contraerea tedesca in difesa dei cieli del Nordest italiano. Una decina di anni fa, alle immersioni per il recupero dei resti degli aviatori ha partecipato anche Pietro Spirito, annotando come “Ogni relitto segue nel tempo un percorso non rettilineo, scheggiato, un tempo in cui esistono e coesistono passato, presente e futuro”.
Leggendo queste pagine, anche un’asse o una lamiera trovate in riva al mare invitano a una più attenta osservazione, perché potrebbero essere frammenti di navi morte in fondo al mare. E se il naufragio è la tragica interruzione del viaggio, “la traccia, il segno, mantiene intatti e in potenza i simboli dell’esistenza che è stata”.

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Adriatico

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