CESENA
Arrivano a strappare un sorriso, ma anche ad alimentare l’amore per le proprie radici, gli scacchi romagnoli firmati Alessandro Savelli, con tanto di pedoni, anzi “piedoni”. «Guardando una scacchiera con tutti i suoi elementi, comunque siano stati realizzati, viene da pensare a qualcosa di austero e compassato, quasi ieratico, e questo è dovuto anche ai vari elementi del gioco che nel loro secolare rigore hanno acquisito una certa solennità. Ben diversa è la sensazione di chi guarda la scacchiera romagnola», spiega l’architetto e scrittor cervese classe 1945, trapiantato da tempo a Cesena.
Perché romagnola? È presto detto: «Pur mantenendo le stese regole e caratteristiche di gioco si presenta con i suoi elementi più vicina alla realtà, i suoi elementi non sono ideali ed esoterici, ma al contrario concreti: il pedone diventa piedone ed è nudo. In Romagna, dopo la guerra, in campagna si andava scalzi dalla fine di marzo ai primi di ottobre, per una sorta di legge del contrappasso quando una persona moriva le si comprava un bel paio di scarpe da chiudere nella bara. Negli scacchi romagnoli si prendono la rivincita anche le calzature con le quali si rappresentano tutti gli altri elementi».
È evidente il senso comico di questa rappresentazione che vuole assumere una intonazione farsesca, come riconosce il suo ideatore, che poi però aggiunge: «Esiste una certa analogia tra gli scacchi romagnoli e i romagnoli: entrambi sono scanzonati, non si occupano molto dell’estetica, non sono raffinati ma grossolani, però d’acchito simpatici e predisposti al buon umore».