L’atto che autorizza la sperimentazione della cura al plasma contro il Coronavirus anche negli ospedali romagnoli è arrivato il 20 maggio, cinque giorni dopo l’okay dell’Agenzia Italiana del Farmaco. La sperimentazione sarà portata avanti dai servizi di Immunoematologia a insieme a quello di Malattie Infettive, in tutti gli ambiti della Romagna. Lo studio in questione è denominato “Tsunami” (nome completo: Transfusion of convalescent plAsma for the treatment of severe pneumonia due to Sars-Cov-2) ed è stato autorizzato dal comitato etico dello Spallanzani di Roma il 15 maggio. Lo scopo – scrive l’Ausl nell’atto autorizzativo – è quello di sperimentare l’efficacia del «plasma da donatori guariti da Covid 19 come terapia precoce per pazienti con polmonite da Sars-Cov2».

Il via libera dell’Aifa

Lo studio, attivato su indicazione del ministero della Salute, è promosso dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’Aifa e vede al momento coinvolti 56 centri, distribuiti in 12 Regioni. In Emilia-Romagna il via alla sperimentazione della cura al plasma era già stato annunciato ma ora è arrivata l’ufficialità: anche la Romagna testerà l’efficacia del plasma sui pazienti. «Garantendo un approccio unico e standardizzato alla terapia con il plasma dei convalescenti – scrive l’Aifa nella nota che accompagna il via alla sperimentazione –, lo studio consentirà di ottenere evidenze scientifiche solide sul ruolo di questa strategia terapeutica e di fornire, in modo univoco, trasparente e in tempi rapidi, informazioni e risposte alle domande sulla sua sicurezza ed efficacia». Due i centri capofila: l’azienda ospedaliero-universitaria di Pisa e il policlinco San Matteo di Pavia. Il Comitato scientifico, con funzione di sostegno e supervisione, è costituito da nomi che in questi mesi gli italiani hanno imparato a conoscere come il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro e Franco Locatelli, del Consiglio superiore di Sanità.

Come funziona la cura

Il primo protocollo sperimentale per trattare i pazienti affetti da Covid-19 con il plasma iperimmune era stato approvato a fine marzo. Si prevedeva in particolare il prelievo del plasma da un gruppo di pazienti Covid 19 donatori la cui guarigione sia accertata da due tamponi negativi effettuati in due giorni consecutivi. Donatori che hanno quindi sviluppato gli anticorpi e il cui plasma viene infuso in una serie di pazienti sintomatici tra quelli ricoverati in terapia intensiva. I singoli pazienti verranno sottoposti ad un massimo di tre trasfusioni in cinque giorni di circa 250-300 ml di plasma. La sperimentazione, partita in alcuni ospedali del Nord Italia e coordinata dal San Matteo di Pavia, ha dato risultati incoraggianti e si è deciso di estenderla anche al resto d’Italia. L’utilizzo di una terapia a base di plasma iperimmune per trattare il Covid-19 è già stato oggetto di sperimentazione in Cina e in passato tale tipo di terapia è stata usata, anche in Italia, per trattare i pazienti affetti da virus Ebola nel 2014.

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