Tomasz Kirenczuk lascia il Santarcangelo festival: «La libertà artistica è stata la nostra forza»

Cultura

SANTARCANGELO. Si è chiusa, con la 56ª edizione del Santarcangelo festival, l’esperienza quinquennale alla sua direzione del curatore, critico, drammaturgo polacco Tomasz Kirenczuk. Cinque anni in cui ha fortemente e coraggiosamente impresso al festival la sua imprescindibile visione artistico-culturale basata sui capisaldi dell’internazionalità, sperimentazione, contemporaneità, ricerca politico-sociale e ha contribuito a rafforzarlo facendolo diventare un riferimento sempre più importante in Europa e nel mondo. Ciò creando tra l’altro reti internazionali a sostegno degli artisti e delle loro opere, collaborazioni con istituzioni ed enti che hanno portato anche benefici economici, allargando e ringiovanendo i pubblici, facendo assurgere quello santarcangiolese a spazio di scambio e incontro tra operatori, professionisti, ricercatori da tutti i continenti.

Ne abbiamo parlato con lui, che ora lascia il posto a Luigi Noah De Angelis, incaricato per il prossimo triennio 2027-29.

Kirenczuk, lei 5 anni fa ha deciso di trasferirsi a Santarcangelo da un giorno all’altro, e questa città l’ha profondamente amata fino ad assimilarne storia, attitudini, respiri, profumi, e ormai si definisce un polacco romagnolo. Cosa hanno rappresentato per lei questi 5 anni professionalmente e privatamente?

«È stato un periodo straordinario e stimolante, che mi ha cambiato profondamente, sia sul piano personale sia su quello professionale. Quando mi sono trasferito a Santarcangelo mio figlio aveva un anno e mezzo e aveva appena iniziando a parlare in polacco, oggi corregge i miei errori quando parliamo in italiano. Senza dubbio Santarcangelo festival è stato per me un luogo fondamentale di crescita personale e professionale. Nonostante abbiamo lavorato in condizioni economiche difficili ho sempre potuto godere di una libertà artistica e curatoriale senza limiti e questo ci ha permesso di sviluppare, nel corso di questi cinque anni, un progetto culturale molto chiaro, fondato sulla convinzione che un festival, in quanto istituzione pubblica, debba prendere posizione sulle questioni sociali e politiche più importanti e rappresentare uno strumento di dialogo, di cui le pratiche performative radicali e sperimentali costituiscono una parte essenziale».

Quanto è stata importante la libertà artistica?

«La questione è stata per me centrale, perché in Polonia mi sono confrontato con la censura economica e con il modo in cui il potere interviene e limita gli spazi di libertà nell’ambito dell’arte. La collaborazione con il Comune di Santarcangelo, la Regione Emilia-Romagna e i numerosi partner istituzionali, fondata su valori condivisi, è stata la dimostrazione che, se in luoghi come Santarcangelo esistono isole di libertà, dobbiamo fare il possibile affinché possano moltiplicarsi in altri contesti».

Come si è trasformato il festival seguendo la sua visione?

«Non è facile rispondere. Quando ho iniziato non avevo la sensazione di dover necessariamente cambiare qualcosa, convinto che il compito principale fosse prendermi cura di ciò che il festival rappresentava e accompagnarne lo sviluppo in dialogo con la sua storia e con ciò che era accaduto qui in passato perché è sempre stato un luogo di sperimentazione, uno spazio in cui la diversità si incontra nel dialogo aperto, dove si sostiene il rischio e la ricerca. I cambiamenti avvenuti sono stati il risultato e la conseguenza delle direzioni lungo le quali abbiamo scelto di sviluppare queste premesse. Tra i vari aspetti mi rende molto felice la convinzione che siamo cresciuti anche come gruppo che ogni giorno costruisce il festival. Oggi siamo più uniti, più consapevoli e più forti di quanto non fossimo all’inizio e mi piace pensare che anche il festival, dopo questi cinque anni, sia diventato così. Particolarmente importante per me è che, accanto al festival, abbiamo rafforzato in modo significativo tutte le attività realizzate tra un’edizione e l’altra. Oggi Santarcangelo festival è attivo durante tutto l’anno e gran parte del suo lavoro si concentra su sostegno ad artisti emergenti, creazione di opportunità di sviluppo progettuale per artisti che lavorano in Italia e costruzione di reti internazionali capaci di sostenere pratiche che non hanno paura di assumersi rischi».

Può accennare ad alcune di queste realtà che lei ha contribuito a creare?

«Siamo riusciti ad avviare “Fondo”, network per la creatività emergente, che riunisce 14 istituzioni culturali italiane; “Bloom”, rete composta da cinque partner italiani che ogni anno coproducono un lavoro one-on-one; “Landing”, progetto realizzato insieme al ministero degli Affari Esteri e Cooperazione internazionale che ci ha permesso di organizzare più di dieci residenze per artisti italiani all’estero, tra cui in Brasile, Mozambico, Polonia, Islanda, Francia e Svizzera».

È soddisfatto dei risultati raggiunti? E cosa mette al primo posto nella valigia delle gratificazioni?

«Sono molto soddisfatto di questi cinque anni e ci sono molti aspetti che porterò con me. Sono felice che il festival abbia consolidato il proprio ruolo internazionale, diventando un hub di scambio di idee in cui si incontrano professionisti provenienti da tutto il mondo, e molto orgoglioso del fatto che abbiamo lavorato con artisti emergenti che hanno rafforzato la loro posizione a livello internazionale. Ciò di cui sono più orgoglioso forse è il fatto che sia cresciuta la presenza del pubblico locale e non era scontato».

Con la sua direzione l’internazionalità si è fortemente rafforzata. Perché ha sempre sostenuto fosse un punto di forza e una necessità?

«Nel mio lavoro cerco di pensare a ciò che faccio nella prospettiva più ampia di un ecosistema di cui il festival è parte. Quando programmi un festival che ti offre libertà e gode di fiducia e sostegno del pubblico, devi chiederti come vuoi utilizzare quella libertà, ricordando che si tratta di un privilegio di cui sempre meno persone, anche in Europa, possono beneficiare. Se un festival non crea uno spazio per il rischio e la sperimentazione, se non si apre a nuove pratiche artistiche e ad artisti che non sono ancora riconosciuti e sostenuti, allora chi dovrebbe farlo? Per me è stato naturale rafforzare la dimensione internazionale e il lavoro è andato verso la costruzione di reti internazionali, la ricerca di connessioni con istituzioni simili accomunate dagli stessi valori nel campo delle arti performative, anche al fine di sostenere gli artisti italiani a livello internazionale. Sono altresì convinto che una delle responsabilità delle istituzioni culturali sia quella di contrastare l’eurocentrismo, che spesso fa scomparire altre versioni della storia: come europei portiamo con noi la responsabilità e l’eredità del colonialismo, e ci tenevo che il festival lo ricordasse. Non si è trattato di dare voce a qualcuno, perché non è il nostro ruolo ma creare le condizioni per ascoltare racconti e narrazioni che ancora non conosciamo».

Anche a livello di sperimentazione ha spinto sull’acceleratore e con estrema coerenza. Come ci è riuscito?

«Mi fa piacere che mi si riconosca una coerenza perché è sempre stata molto importante sebbene mai un obiettivo in sé. Quando ho programmato sono partito sempre dall’interesse per le pratiche di artisti specifici, perché l’intento è mostrare un determinato modo di pensare ciò che le arti performative sono e che possono diventare nell’ambito del dibattito pubblico. Pratiche capaci di cercare nuovi linguaggi e collocare l’azione artistica all’interno di un più ampio contesto sociale e politico. Ci siamo interessati a temi come il femminismo, il pensiero decoloniale, l’antirazzismo, la queerness, la comunità e la solidarietà cercando di approfondire questa ricerca, se tutto questo si è tradotto in un programma coerente possiamo esserne soltanto orgogliosi».

Un altro aspetto che ha caratterizzato i suoi festival è la multidisciplinarietà.

«Si tratta di una scelta nata dalla convinzione che, nelle arti performative contemporanee, sia proprio la multidisciplinarità a generare gli esiti artistici più interessanti, soprattutto in relazione alla ricerca di nuovi linguaggi e forme espressive. Multidisciplinarità, corporeità, queerness, è dall’intersezione di questi e altri elementi che nasce ciò che continua a rinnovare il volto delle arti performative, anche se esistono altre direzioni e percorsi attraverso cui osservare le trasformazioni del teatro e della danza».

Come vede l’avvicendamento delle direzioni artistiche?

«Credo che il ricambio della direzione sia assolutamente fondamentale per la vitalità del Santarcangelo festival e, più in generale, ritengo che dovrebbe rappresentare una buona pratica per le istituzioni culturali. Un festival, in quanto istituzione pubblica, non appartiene a una sola persona né a un’unica visione: è un bene comune e come tale deve essere considerato. Il festival è più importante della persona che lo programma, ma non è più importante delle persone che lo costruiscono, e mi riferisco allo straordinario team che lo realizza e alla comunità artistica e al pubblico che gli danno contenuto e significato. Tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di ricoprire il ruolo di direttore svolgiamo la funzione di custodi, nulla di più e nulla di meno. Ciascuno lo attraversa per un periodo relativamente breve, contribuendo a rafforzarne la struttura a modo proprio, con la libertà di costruirlo e trasformarlo, facendo allo stesso tempo tesoro dell’eredità lasciata da chi lo ha preceduto. Sono convinto che Luigi Noah De Angelis avrà idee e proposte per rafforzarlo ulteriormente e mi fa piacere pensare che uno degli strumenti di cui potrà disporre sia la solida rete internazionale che siamo riusciti a costruire. Gli auguro il meglio e spero che anche per lui possa essere un’esperienza capace di cambiare la vita».

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