Social e IA, Riccardo Luna: «Non è la tecnologia che è cambiata. È cambiato il business»

Cultura

«Distinguere il vero dal verosimile oggi è un lavoro, perciò il giornalismo è molto più necessario Ma chi lo paga?»

In che modo social network e intelligenza artificiale stanno cambiando il futuro? È la domanda che ci facciamo un po’ tutti di questi tempi, in parte incuriositi e in parte preoccupati per le conseguenze sulla nostra vita e sul nostro lavoro.

Uno che di certo può rispondere a questa domanda è Riccardo Luna (Roma, 1965), giornalista nonché voce tra le più autorevoli sui temi dell’innovazione digitale, della tecnologia e della trasformazione della società attraverso il web. Uno, insomma, che ci ha capito molto, e prima di noi. Il suo nuovo libro si intitola “Qualcosa è andato storto” (Solferino, 2026).

Luna, il suo libro si intitola “Qualcosa è andato storto: come social network e intelligenza artificiale stanno cambiando il nostro futuro”. Ma che cosa è andato storto? Proprio lei che è stato l’alfiere in Italia delle nuove tecnologie adesso ne paventa i pericoli?

«Sì, sono stato io. Nel 2009, da direttore di Wired Italia, ho lanciato la campagna per candidare Internet al Premio Nobel per la Pace. Non me ne pento: in quel momento la rete stava dando voce a chi non ne aveva, stava abbattendo barriere di accesso alla conoscenza che erano rimaste in piedi per secoli. Non era ingenuità, era una lettura corretta di quello che vedevamo. Il punto è che il titolo del libro non dice “qualcosa è andato male”. Dice “storto”. Cioè: qualcosa a un certo punto ha deviato dalla traiettoria. Si può ricostruire il momento in cui ha deviato. Non è la tecnologia che è cambiata. È cambiato il modello di business che ci è stato costruito sopra».

E quando è successo?

Quando i social hanno smesso di mostrarci i post degli amici in ordine cronologico – cioè in modo neutro – e hanno affidato la scelta a un algoritmo il cui unico obiettivo è tenerci lì il più a lungo possibile, hanno smesso di essere una piazza e sono diventati una slot machine. Il criterio non è mai stato “cosa è vero”, né “cosa ti fa bene”: è “cosa ti fa reagire”. E ciò che ci fa reagire di più è la rabbia, la paura, l’indignazione. Quindi no, non ho cambiato idea sulla tecnologia. Ho cambiato idea su chi la governa e su come. Il pericolo non è nel codice, è nell’incentivo economico che quel codice serve. Ed è per questo che ne parlo: chi ha fatto il tifo per una cosa ha il dovere di dire quando quella cosa prende una piega sbagliata. Altrimenti diventa propaganda».

Eppure le tecnologie, oltre che un pericolo per le democrazie, possono essere anche un formidabile strumento di diffusione di informazioni dal basso e di mobilitazione, come è successo per Gaza.

«È vero, ed è esattamente questo che rende il discorso difficile – e che mi impedisce di scrivere un libro contro la tecnologia. Su Gaza, con i giornalisti internazionali tenuti fuori, quello che il mondo ha visto è arrivato in larga parte dagli smartphone di chi era dentro: reporter palestinesi, medici, ragazzi. Senza le piattaforme, quelle immagini non le avremmo viste. È lo stesso meccanismo che abbiamo celebrato fin dal 2009, con l’Onda verde iraniana – la chiamarono Twitter revolution – e poi nel 2011 con le Primavere arabe. Ma proprio quelle vicende dovrebbero insegnarci a essere prudenti con l’entusiasmo: perché la stessa infrastruttura che ha permesso di organizzare le piazze è poi servita ai regimi per identificare, sorvegliare e arrestare chi era in quelle piazze. Lo strumento è ambivalente per costruzione: amplifica. Amplifica la testimonianza e amplifica la menzogna, con la stessa efficienza e senza distinguere».

«E c’è un problema in più, che è quello che più mi interessa – aggiunge Luna –: la mobilitazione online spesso si esaurisce in se stessa. Condividere è diventato l’atto, non il primo passo verso l’atto. L’algoritmo ci restituisce la sensazione di aver fatto qualcosa – e in quella sensazione ci sazia. Quindi la mia risposta è: sì, la rete è ancora uno strumento straordinario di libertà. Ma non lo è per natura, lo è per uso. E oggi l’uso è determinato da regole scritte da una decina di aziende private, che non abbiamo eletto e che non ci rendono conto di nulla. La domanda giusta non è “la tecnologia è buona o cattiva”, è: chi decide come funziona?».

Come primo direttore di “Wired Italia”, come ha preso la notizia della sua chiusura? Era inevitabile?

«Male. Wired Italia è nato nel marzo 2009 con una scommessa: raccontare il futuro in un Paese che il futuro faticava anche solo a nominarlo. Diciassette anni dopo lo chiude Condé Nast, con un comunicato in cui si spiega che l’edizione italiana rappresentava “poco più dell’1% del fatturato” del gruppo. La redazione l’ha saputo dieci minuti prima che la notizia uscisse online. Il 30 giugno hanno spento le luci, con un ultimo editoriale scritto come una lettera a un lettore del futuro. Inevitabile? No. Non è la storia di un giornale che aveva smesso di funzionare: il sito cresceva, il Wired Next Fest riempiva le piazze, la testata aveva un’autorevolezza che pochi in Italia possono vantare su questi temi. È la storia di una decisione contabile presa a diecimila chilometri di distanza, in cui una redazione di persone diventa una riga in un foglio Excel e l’1% del fatturato diventa una ragione sufficiente per cancellare diciassette anni di storia. Wired chiude nel momento in cui l’Italia avrebbe più bisogno di un giornale così: mentre l’intelligenza artificiale ridisegna il lavoro, l’informazione, la scuola, chiudiamo l’unico posto che provava a spiegarcelo senza né apocalissi né spot».

Da giornalista di lunga esperienza, crede che il nostro mestiere sarà ucciso dall’intelligenza artificiale?

«Partiamo dai fatti, perché il rischio economico è reale e non serve minimizzarlo: quando la risposta te la dà direttamente il motore di ricerca, o il chatbot, tu sul sito del giornale non ci arrivi più. Il traffico che per vent’anni ha finanziato l’informazione online si sta prosciugando. Non è una previsione, sta già accadendo. E le redazioni si stanno riducendo ovunque, dal Washington Post alla BBC».

«Ma la macchina – spiega il giornalista – non uccide un mestiere: uccide una parte di un mestiere. Se il nostro lavoro consiste nel riscrivere un comunicato stampa, riassumere un’agenzia, impaginare cinque pezzi al giorno per fare clic, allora sì: quel lavoro lì è già stato sostituito, e onestamente meritava di esserlo».

Ma ci sarà qualcosa in cui le macchine non possono sostituirci.

«Quello che una macchina non può fare è essere in un posto. Non può bussare a una porta. Non può guardare in faccia una persona e capire che sta mentendo. Non può decidere che una notizia va data anche se è scomoda, e mettere la propria firma sotto – cioè assumersi una responsabilità, che è l’unica cosa che rende un’informazione affidabile. L’IA non ha nulla da perdere. Il giornalista sì. È lì che c’è ancora il nostro valore».

Qual è dunque il vero pericolo?

«Il pericolo vero non è la sostituzione, è l’inondazione: un mondo in cui il costo di produrre contenuti plausibili crolla a zero, e in cui distinguere il vero dal verosimile diventa un lavoro a tempo pieno. In quel mondo il giornalismo non è meno necessario. È molto più necessario. Il problema è che nessuno ha ancora capito chi lo paga».

C’è ancora speranza, siamo ancora in tempo per intervenire e modificare la rotta del nuovo WWW? E chi e come dovrebbe farlo?

«Sì, ma la speranza non è una previsione ottimistica: è un lavoro. È la scelta di comportarsi come se il futuro dipendesse anche da noi – perché è vero. E c’è una ragione precisa per non arrendersi: niente di tutto questo è naturale. Il feed algoritmico non è la legge di gravità, è una decisione presa da un gruppo di ingegneri in una stanza per aumentare un numero. Tutto ciò che è stato progettato può essere riprogettato. Tre livelli, in ordine di potere. Le istituzioni. L’Europa ha scritto le regole migliori del mondo – GDPR, Digital Services Act, AI Act – e adesso deve fare la cosa più difficile: applicarle. Senza applicazione sono letteratura. E ci vuole coraggio politico, perché applicarle significa mettersi contro aziende che valgono più del Pil italiano e che oggi hanno un governo americano che le protegge».

Secondo livello?

«Le aziende. Non chiedo la santità, chiedo il design. Feed cronologico come opzione di default. Nessuna ottimizzazione dell’engagement sui minori. Trasparenza sugli algoritmi. Sono cose tecnicamente banali: non le fanno perché costano fatturato, non perché sono impossibili».

E qual è il terzo livello?

«Noi. Qui non ci sono scorciatoie e non venderò facili ricette. Ma la consapevolezza è l’unica difesa non delegabile. Sapere che quello che vedi non è “il mondo”, è ciò che qualcuno ha calcolato che ti tratterrà più a lungo. È poco? È tutto. Perché nessun algoritmo funziona su chi sa come funziona. Nel libro dico che non do risposte, faccio domande. Questa è la domanda: vogliamo davvero che il posto dove passiamo cinque ore al giorno, dove i nostri figli si formano un’idea di sé e del mondo, continui a essere progettato da qualcun altro, per fini che non sono i nostri, senza che noi diciamo una parola? Perché se la risposta è no, allora siamo ancora in tempo. Ma il tempo, questa volta, non è infinito».

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