Santarcangelo, la strage dei bambini subito dopo la Liberazione Domani l’iniziativa commemorativa della Società Operaia di Mutuo Soccorso

Cultura
  • 19 settembre 2026

Fu nella giornata di sabato 24 settembre 1945 che il X Reggimento reale Ussari alleato entrò in Santarcangelo liberandola dai nazifascisti. Che spostarono il fronte di guerra qualche chilometro oltre, praticamente su Savignano, che potrà essere liberata solo il 14 ottobre dello stesso anno. Non a caso è lungo questo confine di grande incertezza che venne a consumarsi sei giorni dopo la liberazione del paese una dolorosa indimenticata tragedia.

Infatti durante uno scambio di artiglierie tra sponde opposte una granata di mortaio tedesca lanciata dalla parte dell’Uso colpì il torrioncino (lato porta Cervese) e, con una scheggia, anche un camion britannico carico di carburante che sostava davanti l’ingresso della grotta Amati. Questo proprio nel momento di libera uscita di numerosi bambini che avevano lasciato il rifugio della grotta per distrarsi, giocare e ricevere qualche cioccolata solitamente loro offerta dai militari alleati.

Il bilancio sarà di otto morti, tra cui cinque bambini, due adulti civili e un militare, oltre ad altri feriti. Le sorelline Righi figurarono tra le vittime. Leda, 4 anni, morì sul colpo, mentre Teresina, 13 anni, gravemente ustionata venne trasportata nell’ospedale di Senigallia, dove però non riuscì a sopravvivere.

All’ingresso della grotta è stata posta una targa con versi di Ungaretti. Un richiamo alla memoria delle vittime e alle conseguenze della guerra sui più deboli, sugli indifesi e sui bambini.

Domani mattina, alle 10, alla Celletta Zampeschi (via della Cella 9) con la presentazione del presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso Massimo Bottini e la relazione di Daniele Lelli, ricercatore di storia locale, è in programma l’iniziativa «Santarcangelo 30/9/1944. Un evento tragico».

A seguire la cerimonia sarà una escursione nel luogo dei fatti e in particolare nella grotta Amati. Una delle tante grotte in cui durante il secondo conflitto mondiale trovò riparo gran parte della popolazione urbana e non solo. Esperienze incancellabili che crearono affetti, legami e convinzioni sempre vive.

«Entrammo in grotta - ricorda una testimone - il giorno di San Pietro. Quel giorno le bombe e i mitragliamenti si susseguirono per più di tredici ore».

«La vita in grotta - aggiunge un’altra - non era per nulla agevole. Fu nel finire dell’agosto 1944, che i cunicoli si riempirono di gente: parenti, amici, conoscenti e anche sfollati dalla vicina campagna o dalle città limitrofe. I parenti che giungevano dalla campagna recavano con loro provviste soprattutto di grano e formaggio. Ricordo l’odore intenso dell’aceto, che mia madre usava per proteggerci. E anche l’acre odore dei lumi di petrolio che impregnavano l’aria umida della grotta. Dormivamo su materassi, con coperte, tre o quattro per nicchia. In un clima di grande sobrietà e solidarietà».

«Del giorno della Liberazione - aggiunge - ricordo il pane a cassetta, bianchissimo, che gli Alleati distribuirono alla gente. Mia madre ed io restammo rifugiate in grotta fino ai primi di novembre, perché nel frattempo la linea del fronte era ferma a Savignano, liberata solo il 14 ottobre».

Chi ha condiviso per mesi quei recessi e misteri ben difficilmente è disposto a declassificarli a ripostigli domestici o luoghi di vinificazione e conservazione dei vini. Al momento sono state individuate in modo completo 130 grotte, oltre ad una ventina che sono state tamponate o che sono crollate e quindi non più accessibili. Con afflato ricordava quei luoghi Luigi Renato Pedretti, ricercatore, studioso di storia locale e padre del noto poeta Nino. «Visitavo quegli oscuri ambulacri illuminati a sezione dalla tenua luce d’una gocciolante candela di stearica, sfidando un intreccio di ragnatele, svegliando i pipistrelli che a gruppi, con la testa in giù e le zampette attaccate alle crociere delle volte, sorpresi, riprendevano il loro volo pazzesco, sfiorandomi... Il silenzio qui è sovrano, giacchè un vuoto di tomba dà l’impressione che il suo abitatore sia fuggito da qualche parte. Continuando tuttavia ad aleggiare lì, tutt’attorno, tra una nicchia e l’altra, provocando un tremito di paura e di segreta angoscia».

Roberto Vannoni

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