“Il ruolo e il prestigio delle donne nelle diverse culture”: sabato 14 a Forlì convegno per ricordare Carlo Flamigni

FORLì. Si parla di diritti sabato 14 a Forlì, (ore 10-12.30), nell’aula Icaro 1 del liceo Morgagni. Viene ricordato infatti Carlo Flamigni, medico, ginecologo, ricercatore e pioniere della fecondazione assistita, sostenitore dei diritti civili e in particolare dei diritti delle donne, con il convegno Il ruolo e il prestigio delle donne nelle diverse culture. Intervengono Thomas Casadei, Marina Mengarelli, Maurizio Mori, Vera Bessone e Maria Borrello, che ha pubblicato poche settimane fa il libro Violenza e stereotipi di genere. Una riflessione filosofico-giuridica per l’editore Giappichelli.

Docente associata in Filosofia del diritto al dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, Borrello fa parte del comitato scientifico del Cirsde (Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne e di genere).

Professoressa, violenza e stereotipi sono davvero collegati?

«Spesso gli stereotipi si considerano innocui, senza rendersi conto che essi rafforzano un meccanismo in grado di portare anche alla violenza fisica. Non essendo confutabili, sono sempre forieri infatti di una modalità che “inquadra”, anche quando sembrano attribuire caratteri positivi».

Come quando si parla della donna come dell’angelo della casa...

«Perché la si vede votata al lavoro della cura: questo però esclude automaticamente altre possibilità. Pensiamo poi al fatidico “donna al volante, pericolo costante”: oltre a essere smentito dalle statistiche, questo giudizio si focalizza sull’incapacità delle donne nel dare una direzione, quindi anche nel ricoprire un ruolo dirigenziale. Sono retaggi culturali che finiscono per ingabbiare i soggetti in ruoli prestabiliti e per attribuire loro una incapacità “naturale”».

E la violenza sta qui.

«Certo: si concretizza nel momento in cui attraverso formule accettate da tutti si afferma che le donne non sono in grado di affrontare la responsabilità di una gestione al di fuori dell’ambito privato: e c’è violenza in quanto questo comporta la preclusione a costruire e affermare la propria identità».

In questa ottica si comprende meglio, per esempio, la difficoltà da parte delle studentesse di affrontare le materie “Stem”.

«Certo, ai bambini si regalano i Lego, alle bambine le bambole: ma in questo modo si frustra la tensione naturale dell’individuo a porsi su posizioni che non si allineano a quelle precostituite. Quando poi le ragazze escono dalla scuola superiore, difficilmente viene loro proposto un percorso scientifico. Ma anche quelle che lo intraprendono, mi riferisco a un’inchiesta fra diplomati e diplomate del Politecnico di Torino, in genere non si sentono pienamente all’altezza: e questo nasce da una sensazione di inadeguatezza, di minor valore rispetto agli uomini. Lo dimostra con chiarezza il linguaggio».

Cosa intende?

«Molte donne ancora faticano ad assumere per il proprio ruolo la declinazione al femminile. Dire avvocata o ingegnera “non suona bene”, ma è la pratica del discorso che partecipa a mantenere questa visione richiamando all’inferiorità, e al fatto che certe professioni siano cose da uomini».

Come fare ad esempio “il” presidente del Consiglio?

«Meloni ricopre quell’incarico, ma lo rivendica come una posizione maschile. Forse però non si rende conto che questo incide sulla collettività, ribadendo che al femminile sia fortemente legata un’idea di debolezza. E oltre ad andare contro la grammatica, questa posizione va contro la realtà stessa, mentre il linguaggio deve corrispondere alla realtà: le parole non sono residuali ma disegnano le relazioni, le aprono e le chiudono, e con esse fondano quello che ci circonda. Certo, non uccidono: ma creano le condizioni perché un soggetto diventi oggetto, e come tale possa essere eliminato da chi lo possiede e ne dispone. La violenza vera quindi va affrontata partendo dal dato culturale: e riconoscere il potere dello stereotipo serve a disinnescarne l’apparente innocuità, visto che esso richiama a un ruolo di subalternità che rende impossibile affermare la propria identità».

Questo farebbe bene anche agli uomini.

«Certo, perché lo stereotipo limita anche loro. Le differenze fra i sessi esistono, è chiaro, ma diventa pericoloso attribuirgli un senso che svaluta la donna e valorizza l’uomo: la base per un rapporto di potere, e per un inevitabile controllo».

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