Il ritorno dei Gorillaz: “The Mountain” è una splendida falla nel pop prefabbricato

Rap, beat latino-americani, cori, valzer, fanfare, fraseggi musicali o armonici: tutto concorre a dare spessore al nuovo progetto musicale della band di Damon Albarn e Jamie Hewlett. I Gorillaz, in questo album pieno di collaborazioni anche postume (ricordiamo, tra gli altri, Johnny Marr, Anoushka Shankar, Sparks, Dennis Hopper, Tony Allen, Bobby Womack, Paul Simonon, Mark E. Smith, Asha Boshle), affrontano temi come il dolore, la morte, la trascendenza e lo fanno con un atteggiamento intellettuale che conferisce alla loro musica un tono assolutamente profondo, seppur in un contesto ancorato ad una dimensione pop, ad un’estetica “fruibile”. La sapiente calibratura dei vari elementi in gioco e la cura per il dettaglio e per quanto dai dettagli promana caratterizzano i brani di “The Mountain”, che assumono contorni multistilistici: mondi musicali che si incontrano, sonorità diverse (anche quelle più “abusate” e kitsch, che qui vengono in qualche maniera nobilitate) fluidificate, i linguaggi che si impastano, sbriciolati ma mai insensati. Pezzi - che guardano, soltanto per citare alcune delle suggestioni presenti nell’album, all’India, al Medio Oriente, al Sudamerica, ma anche all’hip-hop e alla dance - la cui valenza espressiva si concentra nel cantato spesso filtrato e ritmato di Albarn; nel potenziale comunicativo e semantico della melodia (basti pensare al modo in cui vengono utilizzate certe antiche melodie indiane, adattate per l’occasione); nell’esaltazione dell’intelaiatura ritmica; nell’uso dei cori; nell’efficacia dei ritornelli (vedi, ad esempio, The Plastic Guru); nei testi evocativi e maturi. “The Mountain” è un concentrato di idee e di citazioni, uno di quei dischi che riescono a contenere un intero mondo, come dimostrano brani quali The Sweet Prince, The Happy Dictator, The Empty Dream Machine, The Mountain, The Manifesto, su cui ci sarebbe ancora molto da dire, anche per quanto riguarda la realizzazione dell’accompagnamento (strumentazione, arrangiamento, colori...). Ma la cosa migliore da fare è lasciar parlare la musica e ascoltare, con grande attenzione, questi quindici pezzi che, per usare le parole di Giovanni Ansaldo, “rappresentano una splendida falla nel sistema del pop prefabbricato; non somigliano a nient’altro, perché sanno guardarsi indietro ma soprattutto sanno guardare avanti”.

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