Il genio di Stephin Merritt: perché “69 Love Songs” è un capolavoro imprescindibile

La musica è, tra le espressioni artistiche, la più strana. Del destinatario colpisce un solo senso, l’udito. Ma provoca emozioni in quantità superiore alla pittura o alla letteratura. Perché non descrive. Scorre. Non permette di sostare sull’accordo che dà i brividi. Scorre e non impressiona l’intelligenza, che ha bisogno di tempo. Impressiona la sfera emozionale. Chiunque ha diritto di applaudire o fischiare la stessa musica. Il gusto può essere educato, condizionato, costretto. Ma né guerra né religione né condizione sociale né cultura tout-court possono bloccare melodie che l’aria trasporta e il muro non frena. Non esiste musica seria e musica leggera. Esiste solo buona musica o cattiva musica.

Ecco, “69 Love Songs”, il disco di cui vi vogliamo parlare, un triplo album pubblicato nel 1999 dai Magnetic Fields, è imprescindibile per chiunque ami la buona musica. Dietro i Magnetic Fields - ma anche dietro altri gruppi, come i Gothic Archies e i The 6ths - si nasconde la mente creativa di Stephin Merritt (“un William Shakespeare - quello dei sonetti amorosi - rinato in una New York nella quale il CBGB ha traslocato a Broadway”, per dirla con le parole di Eddy Cilìa), uno dei più geniali songwriter dei nostri tempi, perfettamente consapevole che gran parte dello scrivere canzoni consiste nell’editare, nel distillare il pensiero fino a lasciare solo l’essenziale. I suoi brani realizzano in suoni l’arte della miniatura, dove la densità del segno e la preziosità del dettaglio creano dei piccoli capolavori. Pezzi come The Luckiest Guy On The Lower East Side, The One You Really Love, I Can’t Touch You Anymore, Two Kinds Of People, Underwear, The Book Of Love, The Sun Goes Down And The World Goes Dancing, The Death Of Ferdinand De Saussure, Let’s Pretend We’re Bunny Rabbits, soltanto per citarne alcuni, in cui galleggiano generi diversi, grazie a un linguaggio ritagliato sulla varietà dell’esperienza sonora che ha condotto l’artista americano a riassumere, nelle sue canzoni, cinquant’anni di “materiale” pop e non solo: musical hollywoodiani, folk, synth-pop, Schubert, operetta, country e molto altro ancora. Per una musica - fondata sul precedente, sulla capacità di rielaborare, in modo del tutto personale, le influenze - nella quale appaiono subito evidenti quelle che sono le caratteristiche migliori del songwriter di Boston: lo stile di canto profondo; la notevole personalità melodica (anche se nei suoi temi si può riconoscere tutta una serie di richiami melodici...); l’assoluta comprensione delle tecniche per creare l’ambientazione più giusta per la melodia; la sapienza dimostrata nell’elaborare gli arrangiamenti timbrici; la singolarità dei testi “pieni zeppi di figure retoriche sofisticate, rime poco scontate e vocaboli più da pubblicazione scientifica che da pop song”.

<<“69 Love Songs” - ha scritto Francesco Pandini - si è affermato negli anni come un vero classico, un mastodonte con cui chiunque si cimenti con la canzone pop è tenuto a confrontarsi. Ma il vero motivo del suo interesse è quell’incredibile capacità di emozionare, nonostante sulla carta questa cosa somigli più a un trattato filosofico a firma Magnetic Fields sul concetto di canzone che non a un album vero e proprio. Lo fa perché, al netto di tutta l’ironia e l’autoironia, Stephin Merritt lascia filtrare una visione dell’esistenza che dell’esistenza sa comprendere tutto. Il dramma e la comicità, l’impertinenza di quando ci si sente invincibili e la “sventura” perenne imposta dalla realtà. E la voglia, alla fine, di sentirsi solo un po’ stupidi e lasciarsi andare per vedere l’effetto che fa>>.

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