LONGIANO. La rassegna Montagne di neve invita a condividere una riflessione sul drammatico presente in “Crescere, la guerra”, testo scritto e raccontato dalla nota giornalista Francesca Mannocchi, specializzata in migrazioni e conflitti internazionali.
Mannocchi è attesa venerdì 17 luglio alle 21 in piazza Malatestiana a Longiano, accompagnata dalle musiche originali del polistrumentista Rodrigo D’Erasmo, già ospite a gennaio al Petrella.
Il racconto di Mannocchi trae dall’esperienza di inviata su vari fronti di guerra; nel titolo aggiunge una virgola quale, dice, «richiesta di sospensione a me stessa e a chi ascolta il mio poema. Perché al di là dei sentimenti che ci fanno essere indignati rispetto ai contenuti di guerra che raccogliamo, la virgola chiede una pausa, un respiro lungo, una presa di coscienza che abbia una durata diversa».
Mannocchi, sentimenti di indignazione nei confronti di persistenti guerre, di bombardamenti e uccisioni sono diffusi, ma cosa occorre di più?
«Quello che serve è una sequenza quotidiana di azioni singole di responsabilità, che superino le emozioni dell’istante e diventino azioni che hanno durata nel tempo».
Lei racconta il dolore degli altri verso il quale alle volte sembriamo anestetizzati; è solo passando attraverso la guerra che si comprende il bisogno di difendere la pace?
«Da chi, dopo la Seconda guerra mondiale, ha detto “mai più!”, abbiamo avuto la fortuna di ereditare istituzioni, codici, leggi che avrebbero dovuto fare ciò che la politica dovrebbe sempre fare: impedire che gli errori si ripetano. Parliamo di 80 anni di pace, interrotti in realtà nel nostro continente dall’orrenda e crudele parentesi delle guerre balcaniche; pure seduti accanto ai luoghi di quegli assedi, neppure in quel caso abbiamo imparato la lezione».
Cosa non comprendiamo?
«Uno dei grandi problemi, cominciato ben prima di questa stagione di guerre, è il fatto di non avere saputo difendere, forse perché non ne abbiamo compreso la funzione necessaria, le istituzioni sovranazionali portatrici sane di diritto e di giustizia. Penso alle agenzie delle Nazioni Unite, alla Corte Penale Internazionale, ai giudici che investigano sui crimini di guerra... Ognuna di queste istituzioni negli anni è stata violentemente delegittimata. Ma se non difendiamo coloro che dovrebbero prevenire e sanzionare i crimini, e accettiamo in maniera passiva che tali istituzioni vengano delegittimate, nessuno proteggerà i cittadini dalle guerre e, soprattutto, nessuno sarà abbastanza credibile da poter sanzionare chi quei crimini li ha commessi. Tema questo che stiamo molto sottovalutando, così come succede se guardiamo alla Russia di Putin o all’Israele di Netanyahu».
In che modo possiamo controbattere questa delegittimazione?
«Dando alla politica il ruolo che dovrebbe avere; stabilire sanzioni economiche per Paesi che si sono resi protagonisti di crimini di guerra, credo sia l’unica lingua che i governi di queste nazioni possono capire e l’unica possibilità per cercare di farli smettere. Bene le manifestazioni di solidarietà così come gli aiuti umanitari, ma i governi cambiano nelle politiche solo se vengono sanzionati economicamente. Ha funzionato così per il Sudafrica dell’apartheid; credo che dobbiamo ripetere la stessa cosa, noi governi occidentali, come abbiamo fatto con la Russia di Putin, anche per l’Israele di Netanyahu».
Lei ha attraversato tanti fronti di guerra, ma esiste un fil rouge nei diversi conflitti?
«Le guerre sono tutte diverse tra loro, eppure simili nella fuga, nella perdita, nel lutto. Paragonare guerre profondamente diverse è però un errore politico e geopolitico, L’Ucraina fino al gennaio del 2022 non immaginava un assedio sulla capitale Kiev; eppure quell’inizio avrebbe dovuto insegnarci che può succedere a chiunque domani, pensiero che invece si tende naturalmente a scacciare. Ecco perché: speriamo di no, ma, quando dimostriamo empatia e compassione verso chi subisce la guerra, dovremmo anche pensare: cosa faremmo al posto loro? Meglio essere pronti».
Lei è giornalista (da “Report” a “Piazza pulita”), documentarista, inviata di guerra. Che cosa preferisce del suo lavoro?
«Raccontare le vite degli altri è ciò che mi interessa, indipendentemente che siano luoghi di conflitto o le periferie delle nostre città».
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