Federico Barocci, luce di un’anima che sapeva amare

Anno 1975. Nella Pinacoteca Nazionale di Bologna Andrea Emiliani aveva curato la prima grande mostra su Federico Barocci, scrivendone il catalogo, magistrale e insuperato. È trascorso perciò quasi mezzo secolo, e siamo nel 2024, per poter rivedere Federico Barocci celebrato con tutta l’imponenza e tutto il prestigio dovuto al suo nome nella mostra in corso a Urbino a cura di Anna Maria Ambrosini Massari e Luigi Gallo. E, impeccabile valore aggiunto, a casa sua, nella sua amatissima patria, nel ducato dei suoi venerati sovrani Montefeltro Della Rovere d’Aragona.
Tuttavia i suoi esordi d’artista, quei primi anni di vera formazione e di serie esperienze determinanti per il futuro di ciascuna persona, restano tuttora circoscritti al giudizio formato esclusivamente sul breve perimetro tramandato da alcune fonti, a partire dai remoti tempi del Baglione, ed era il 1642, e del Bellori, ed era il 1675. E dire che l’uno e l’altro di quei biografi seicenteschi offrono all’intelligenza dei posteri tracce evidenti per individuare la via su cui Barocci si trovò a muovere i primi passi verso il suo destino di gloria. E non si tratta di una via metaforica, bensì reale, una delle più celebri vie di Roma, che oggi si chiama via della Conciliazione e ieri era la Spina dei Borghi, miracoloso accrocchio di palazzi quattro-cinquecenteschi edificati «sotto le finestre del papa», a due passi da San Pietro, dalle più nobili e antiche famiglie romane o dalle più prestigiose istituzioni ecclesiastiche.
Balordamente atterrata con intenti stupidamente celebrativi il Concordato del 1929, la Spina costituiva una specie di Schatzkammer, di Camera del Tesoro ammassata di inestimabili gioielli d’arte urbana a corteggio visibile incastonato in città dell’invisibile trono papale risplendente del segreto dei Sacri Palazzi. Qui, nel 1480, il trentottenne cardinale Domenico Della Rovere dette incarico a Baccio Pontelli di costruire la propria residenza romana, un imponente edificio munito di torre in analogia con Palazzo Venezia, che, al numero 33 di via della Conciliazione, sulla sinistra, a pochi metri da San Pietro, tuttora ammiriamo nelle sue forme ritenute tra le più belle del rinascimento capitolino, mentre l’interno conserva uno dei soffitti più prestigiosi dell’umanesimo romano, ovvero il celeberrimo Soffitto dei semidei realizzato nel 1490 dal Pinturicchio per il fastoso salone dei ricevimenti.
Alla sua morte, sopraggiunta a Roma il 23 aprile del 1501, il cardinale Domenico lasciò erede del palazzo la dinastia urbinate dei duchi Montefeltro Della Rovere, per pervenire in seguito ai loro eredi Lante Montefeltro Della Rovere, che nel XVII secolo, riservandosene tuttavia la disponibilità perpetua, lo donarono al Papa per istituirvi la Penitenzieria Apostolica, destinandolo in seguito a sede di rappresentanza dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Nell’approdare a Roma da Urbino a vent’anni, nel 1553, fu pertanto qui, nel palazzo abitato dal diciottenne cardinale Giulio Montefeltro Della Rovere (e porporato da quando ne aveva tredici), che Federico Barocci risiedette quattro anni, fino al 1557, per ritornarvi dal 1560 al 1563.
Le vicende sono racchiuse nelle carte dell’archivio famigliare dei principi Lante Montefeltro Della Rovere, e ci restituiscono l’immagine freschissima di due ragazzi che subito si intesero dal primo momento del loro incontro. Il “cardenale de Roueri” appena vide Federico se ne innamorò all’istante invitandolo a restare a casa sua «per amicitia» e subito provvedendo a far predisporre un quartierino «per commodo de pintura et riposo» destinato a Federico nel punto più alto della torre, là dov’erano i granai fatti subito sgombrare.
Lì infatti è la zona più luminosa di tutto l’edificio, con otto finestre, due per lato, da cui lo sguardo si perde a distesa su tutta Roma e sul suo cielo. Quattro anni stette Federico immerso in quella luce romana, e il suo amatissimo «cardenal Julio» lo portava ovunque con sé, nei palazzi, nelle ville, nei giardini dei suoi giovani amici e cugini, e in curia, da papa Giulio III, già cancelliere di papa Giulio II Della Rovere, che di Giulio era prozio. E dappertutto Federico aveva libertà d’accesso, e disegnava, disegnava, disegnava.
Il «cardenal Julio», mondano, brillante, soave, delizioso, bellissimo nell’occhio zaffiro, nell’oro arricciato dei tanti capelli, e d’ambra l’incarnato, e snello e atletico il corpo a tuffarsi in Tevere dalle barche gioiose ormeggiate a Ripa Grande. E Federico con lui, riservato, silenzioso e altrettanto bellissimo nell’occhio febbrile di nera lucente ossidiana, il capello scuro, scuro l’accenno di barba che premeva dal volto ancora adolescente sognando più adulte iniziazioni.
E Federico disegnava instancabilmente la radiosa armonia raggiante dalle splendenti nudità del suo amico, viva, palpitante incarnazione di quella intoccata innocenza ovunque profusa per Roma nel candore perenne dei corpi scolpiti nei marmi antichi e memorabili.
Ne è prova il San Sebastiano nella gran Crocifissione del duomo di Genova, datata 1596, diciotto anni dopo la morte di Giulio, scomparso quarantatreenne nel 1578. Perché quel San Sebastiano è lui, è il suo ritratto, di certo eseguito avendo dinanzi remote carte disegnate a Roma nel tempo felice della gioventù e conservate come il bene più prezioso della sua vita. È monsignor Giuliano, figlio del cardinale, a ricordarlo in una memoria custodita nell’archivio Lante e scritta nel medesimo giro di mesi in cui Federico attendeva alla pala di Genova e al ritratto di Giuliano, ora a Vienna, databile sul 1595: «In San Sebastiano il signor Barocci dipinse il padre mio da giovine, e piagne ancora ch’è morto».
Nel quadro si vede il Palazzo Ducale di Urbino, e Andrea Emiliani avverte che «la scena è colta esattamente dalla vecchia casa dei Barocci in via San Giovanni».
Nella notte del Golgota squarciata da lampi di luce Federico, da casa sua, dal centro del centro del suo cuore, vide anche la notte struggente della gioventù, il buio della bellezza oscurata dal martirio, «e piagne ancora ch’è morto» il suo amico. Ma nel mistero alto di una promessa di resurrezione che conforta e aiuta a sperare nella poesia che mai conoscerà tramonto, e che sempre rinnoverà lo spirito nelle immacolate fragranze di perpetue luminose primavere.
Perché la grandezza del Barocci più grande è la sua luce, che da atmosferica si fa interiore: luce di Roma, luce di Urbino, luce di un’anima che sapeva amare, e amò a tal punto da ammalarsene per tutta la vita.
Ma questa è un’altra storia, che l’archivio Lante racconta ma noi no. Perché è la storia del cuore di un uomo, e le storie dei cuori appartengono solo ai cuori di chi le ha vissute.