di ANNAMARIA GRADARA
fotoservizio di Elena Morosetti
Ha una suoneria del telefono abbastanza terrificante. In compenso Dante Ferretti, Dantino per Federico Fellini, si diverte – e riesce a divertire – rivolgendosi all’ossequioso pubblico con il proprio gusto per l’understatement, le battute ironiche, il fingersi smemorato: «Non ricordo più niente», dice, e un po’ sarà anche vero. L’età, del resto, è quella che è (83, ma lui da qualche tempo ama dire «cinquanta più Iva»). Ma un po’, forse, la sua è una furbizia utile a sottrarsi al carosello mediatico, alle domande sempre uguali, ai «Maestro, cosa le è piaciuto di....?» (da riempiere con qualsiasi località a piacimento). «Maestro? Ma dove? Maestro quale?».
Eccolo Dante Ferretti: lo scenografo di Pasolini, Fellini e dello stuolo di registi italiani che contano (da Comencini a Zeffirelli, da Petri a Scola, eccetera), di Martin Scorsese e dello stuolo di registi internazionali che contano (da De Palma a Ghilliam, da Burton a Branagh). Tre premi Oscar e, ancora, uno stuolo di premi di ogni ordine e grado.
Eccolo Dante Ferretti in una giornata tra Marche e Romagna, tra regni di Malatesta e Sforza. Tra Pasolini e Fellini, i suoi maestri: quelli che come fai a non dire la parola da censurare? «Sono diventato una specie di cerniera tra l’universo pasoliniano e quello felliniano, Pasolini è stato il mio primo grande Maestro. Grazie a lui ho imparato a vedere il cinema attraverso la pittura».
Questo lo ha detto e scritto proprio lui, Ferretti. Del resto da qualche anno, complice l’opera di un biografo ufficiale, David Miliozzi, lo scenografo di origini marchigiane (è nato a Macerata nel febbraio del 1943) ha dato alle stampe un paio di testi autobiografici, frutto di conversazioni con Miliozzi: Immaginare prima (Jimenez, 2022) e Bellezza imperfetta. Io e Pasolini (della bolognese Pendragon, 2024).
Da quest’ultima pubblicazione prende il titolo la mostra inaugurata ieri mattina a Gradara al Marv, Museo d’Arte Rubini Vesin (visitabile fino al 13 settembre). Tra i gelati e le bandiere, nei vicoli del borgo di confine tra Romagna e Marche, lungo la strada maestra che porta alla celebre Rocca, tra bar e ristorantini che propongono sia la romagnola piadina che la marchigiana crescia, le stanze del Museo d’Arte accolgono l’esposizione di bozzetti scenografici per i set pasoliniani recuperati dagli archivi dello scenografo e proposti in dialogo con le scene dei film (da Il Vangelo secondo Matteo a Medea fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma) per i quali furono realizzati.
Dopo l’inaugurazione della mostra pasoliniana Dante Ferretti ha preso invece la volta della Riviera. Destinazione Rimini, quella di Fellini, quella dove ha messo la firma per il restyling del cinema Fulgor. Altra destinazione, altro set: quello della Terrazza della dolcevita di Simona Ventura e Giovanni Terzi, al Grand Hotel. E altra mostra: Dante Ferretti. E la nave va, curata da Raffaele Curi, percorso espositivo che documenta il lavoro per Fellini, iniziato con il Satyricon, seppure non accreditato.