Dante Ferretti: «Fellini e Pasolini erano la bellezza perfetta» / PHOTOGALLERY

Cultura
  • 04 agosto 2026

di ANNAMARIA GRADARA

fotoservizio di Elena Morosetti

Ha una suoneria del telefono abbastanza terrificante. In compenso Dante Ferretti, Dantino per Federico Fellini, si diverte – e riesce a divertire – rivolgendosi all’ossequioso pubblico con il proprio gusto per l’understatement, le battute ironiche, il fingersi smemorato: «Non ricordo più niente», dice, e un po’ sarà anche vero. L’età, del resto, è quella che è (83, ma lui da qualche tempo ama dire «cinquanta più Iva»). Ma un po’, forse, la sua è una furbizia utile a sottrarsi al carosello mediatico, alle domande sempre uguali, ai «Maestro, cosa le è piaciuto di....?» (da riempiere con qualsiasi località a piacimento). «Maestro? Ma dove? Maestro quale?».

Eccolo Dante Ferretti: lo scenografo di Pasolini, Fellini e dello stuolo di registi italiani che contano (da Comencini a Zeffirelli, da Petri a Scola, eccetera), di Martin Scorsese e dello stuolo di registi internazionali che contano (da De Palma a Ghilliam, da Burton a Branagh). Tre premi Oscar e, ancora, uno stuolo di premi di ogni ordine e grado.

Eccolo Dante Ferretti in una giornata tra Marche e Romagna, tra regni di Malatesta e Sforza. Tra Pasolini e Fellini, i suoi maestri: quelli che come fai a non dire la parola da censurare? «Sono diventato una specie di cerniera tra l’universo pasoliniano e quello felliniano, Pasolini è stato il mio primo grande Maestro. Grazie a lui ho imparato a vedere il cinema attraverso la pittura».

Questo lo ha detto e scritto proprio lui, Ferretti. Del resto da qualche anno, complice l’opera di un biografo ufficiale, David Miliozzi, lo scenografo di origini marchigiane (è nato a Macerata nel febbraio del 1943) ha dato alle stampe un paio di testi autobiografici, frutto di conversazioni con Miliozzi: Immaginare prima (Jimenez, 2022) e Bellezza imperfetta. Io e Pasolini (della bolognese Pendragon, 2024).

Da quest’ultima pubblicazione prende il titolo la mostra inaugurata ieri mattina a Gradara al Marv, Museo d’Arte Rubini Vesin (visitabile fino al 13 settembre). Tra i gelati e le bandiere, nei vicoli del borgo di confine tra Romagna e Marche, lungo la strada maestra che porta alla celebre Rocca, tra bar e ristorantini che propongono sia la romagnola piadina che la marchigiana crescia, le stanze del Museo d’Arte accolgono l’esposizione di bozzetti scenografici per i set pasoliniani recuperati dagli archivi dello scenografo e proposti in dialogo con le scene dei film (da Il Vangelo secondo Matteo a Medea fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma) per i quali furono realizzati.

Dopo l’inaugurazione della mostra pasoliniana Dante Ferretti ha preso invece la volta della Riviera. Destinazione Rimini, quella di Fellini, quella dove ha messo la firma per il restyling del cinema Fulgor. Altra destinazione, altro set: quello della Terrazza della dolcevita di Simona Ventura e Giovanni Terzi, al Grand Hotel. E altra mostra: Dante Ferretti. E la nave va, curata da Raffaele Curi, percorso espositivo che documenta il lavoro per Fellini, iniziato con il Satyricon, seppure non accreditato.

Ferretti, come iniziò la sua collaborazione con Fellini?

«Con un “Ma tu chi sei?”. Ero l’aiuto scenografo di Luigi Scaccianoce. Sul set del Satyricon lui e Fellini discutevano sulla scelta di un colore, io a un certo punto guardo per terra e trovo un pezzetto di cartone e chiedo se per caso fosse un colore così quello che cercava. Era quello, e lui allora mi chiese chi fossi: ero su quel set da tre mesi (ride, ndr)».

Il “Satyricon” è del 1969, lei iniziò a lavorare con Fellini come scenografo ufficiale dieci anni più tardi, con “Prova d’orchestra”, poi “La città delle donne” per arrivare a “E la nave va” quindi “Ginger e Fred” e “La voce della luna”. Cosa ricorda in particolare di un set come quello de “E la nave va”, che dà il titolo a questa mostra riminese?

«Stavo per affogare».

Come affogare? Il set era a Cinecittà...

«Certo, abbiamo costruito il mare finto, e la grande nave con il meccanismo che la faceva muovere e che si vede alla fine del film. Fellini aveva voluto che fosse costruito un trespolo sul quale lui stava, per dirigere, mentre noi ci muovevamo continuamente e sentivamo il mal di mare».

Fellini e Pasolini. Chi sono stati per lei, in due parole?

«Tutti e due erano la bellezza perfetta. Con Fellini mi divertivo molto, con Pasolini invece ci siamo sempre dati del lei. Aveva una tale stima per me, tutto ciò che facevo per lui andava bene. Avevo 17 anni quando ho iniziato a fare l’assistente sul set de Il Vangelo secondo Matteo».

Li guarda ancora i “suoi” film?

«Mi è capitato di recente di vedere alla televisione Il barone di Munchausen di Gilliam. Mi sono chiesto chi lo avesse fatto».

Lei che con Pasolini ha fatto film legati al mito, alla tragedia antica, ha visto “Odissea” di Nolan?

«Non ancora. Troppo lungo, lo ha visto mia moglie (la scenografa Francesca Lo Schiavo, ndr)».

A questo punto il commento di Ferretti non è traducibile giornalisticamente. Il biografo assicura però che a vedere Odissea ci andrà (ha visto e apprezzato altri film di Nolan, Inception, Interstellar...). E del resto lo stesso Nolan ha dichiarato che Pasolini è un suo riferimento. Tutto si tiene, in maniera imperfetta.

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