Da Vincenzo Monti a Nolan, il viaggio infinito di Omero parte dalla Romagna

Cultura
  • 26 luglio 2026

Ulisse è tornato. Non soltanto sul grande schermo, ma nelle librerie, nelle università e perfino sui social network. Il nuovo film di Christopher Nolan ha riacceso un dibattito che sembrava riservato agli studiosi: quanto si può reinterpretare Omero senza tradirlo?

Una domanda che, in realtà, accompagna da oltre due secoli anche la storia delle traduzioni italiane. E che porta dritto in Romagna, ad Alfonsine, paese di 11mila abitanti in prevalenza agricoltori in provincia di Ravenna, dove nacque Vincenzo Monti, l’uomo che più di ogni altro fece parlare Omero nella nostra lingua.

E mentre fuori dai cinema si discute di Ulisse/Odisseo come accadeva forse soltanto ai tempi del kolossal di Camerini del 1954, c’è un dato che colpisce più del successo al botteghino di The Odyssey. Da settimane infatti la fedeltà del film al poema, le libertà narrative del regista, il ruolo degli dèi, il carattere di Ulisse e il significato del viaggio sono argomento di discussione non solo accademica. E, fatto insolito per un blockbuster hollywoodiano, il focus è anche sulla traduzione. Può sembrare curioso, ma ogni volta che Omero torna protagonista riaffiora una domanda antica: è possibile raccontare oggi un testo scritto quasi tremila anni fa e basato su fonti orali senza tradirne lo spirito?

L’hype che accompagna il film di Nolan nasce anche da qui. Molti hanno ricordato che il regista si è confrontato con la celebre traduzione inglese di Emily Wilson, la prima realizzata da una donna, apprezzata per il linguaggio limpido e contemporaneo ma anche al centro di un acceso dibattito tra classicisti. Wilson stessa ha accolto con favore il rinnovato interesse per il poema, pur osservando criticamente alcune scelte del film, che a suo giudizio sacrificano temi centrali dell’opera, come il ruolo di Penelope e la presenza degli dèi. La questione, però, non riguarda soltanto il mondo anglosassone. Anche in Italia ogni generazione ha avuto il suo Omero.

Per molti lettori del Novecento il nome di riferimento è stato quello di Rosa Calzecchi Onesti (Milano, 1916-2011), la cui traduzione per Einaudi, rigorosa e filologicamente esemplare, ha formato intere generazioni di studenti. Per molti italiani del secondo Novecento la sua versione dell’Odissea è stata ciò che la versione di Monti era stata per l’Iliade nell’Ottocento.

Più recentemente si sono affermate le versioni di Maria Grazia Ciani, capace di coniugare precisione e leggibilità, mentre Salvatore Quasimodo offrì una personale e intensissima riscrittura poetica dell’Odissea, filtrata dalla sensibilità del grande autore siciliano. Ma prima di tutti loro, a confrontarsi con Omero, c’è stato un romagnolo.

Vincenzo Monti nacque ad Alfonsine il 19 febbraio 1754 (morì a Milano il 13 ottobre 1828) . È stato una delle figure più importanti del Neoclassicismo italiano: poeta, traduttore, intellettuale, autore di tragedie, poemi e scritti politici, attraversò da protagonista gli anni dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, dell’età napoleonica e della Restaurazione. La sua fama, tuttavia, è legata soprattutto alla traduzione in versi dell’Iliade, pubblicata tra il 1807 e il 1810 con successivi rimaneggiamenti. Si tratta di una delle opere più influenti della letteratura italiana.

Esiste un particolare che ancora oggi sorprende. Monti non conosceva il greco con la competenza dei filologi moderni. Lavorò su versioni latine, francesi e sui commenti degli studiosi dell’epoca. Ma ciò che gli interessava non era la traduzione parola per parola: voleva restituire ai lettori italiani la magnificenza poetica di Omero.

Il suo incipit è rimasto celeberrimo: «Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta...». Sono versi entrati nella memoria collettiva, anche se oggi la filologia tende a privilegiare traduzioni più aderenti al testo greco. Eppure sarebbe ingeneroso liquidare il lavoro di Monti come semplice esercizio letterario. Per oltre due secoli gli italiani hanno immaginato Achille, Ettore, Priamo, Andromaca e gli eroi di Troia attraverso la musicalità della sua lingua. Alfonsine oggi dedica a Monti il suo teatro storico e il poeta resta una delle figure culturali più importanti espresse dalla Romagna tra Sette e Ottocento.

Qualcuno potrebbe obiettare che Nolan racconta l’Odissea, mentre Monti tradusse l’Iliade. È vero, ma i due poemi costituiscono le due metà di una stessa grande narrazione. L’Iliade racconta poche settimane dell’ultimo anno della guerra di Troia; l’Odissea segue il lungo e tormentato ritorno di Ulisse a Itaca. Gli stessi personaggi attraversano entrambe le opere e il secondo poema nasce letteralmente dalle conseguenze del primo.

Persino il celeberrimo cavallo di Troia, nell’immaginario comune inseparabile dall’Iliade, non compare nel poema dedicato all’ira di Achille. L’episodio viene ricordato nell’Odissea ed è raccontato compiutamente soprattutto nell’Eneide di Virgilio, attraverso il celebre racconto di Enea. Un esempio perfetto di come il patrimonio classico sia un grande mosaico di testi che dialogano continuamente fra loro.

Forse è proprio questa la chiave del successo di Nolan. Il suo film non sostituisce Omero, come la traduzione di Monti non sostituì il greco antico. Ogni epoca rilegge i classici con la propria sensibilità. Cambiano il linguaggio, la prospettiva, gli strumenti espressivi. Rimangono intatte le grandi domande: il ritorno, la guerra, la nostalgia, il destino, l’identità e, soprattutto nel caso del film di Nolan, la colpa e il trauma del reduce.

E allora, mentre Hollywood riscopre il mito greco e il mondo si divide sull’interpretazione made in Usa, anche la Romagna può rivendicare una piccola parte di questa storia universale. Perché una delle voci che più hanno contribuito a far conoscere Omero agli italiani apparteneva a un poeta nato sulle rive del Senio. Non è poco. Significa che il viaggio di Ulisse passa anche da qui. E se ogni epoca ha il suo Omero, la Romagna, da oltre due secoli, può dire di avere avuto anche la sua voce.

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