Cronache del ‘900: dal Kursaal all’Oriental Park

RIMINI. A metà maggio del 1948 prendono il via i lavori di costruzione dell’Oriental Park. L’opera, annunciata da Il Litorale del 23 maggio come «brillante e coraggiosa iniziativa», è un «un ritrovo mondano d’alta classe» e si edifica in un fazzoletto di litorale rimasto ancora indenne dalla speculazione edilizia nelle vicinanze di Piazza Tripoli. Le cronache bisbigliano di un dancing concepito «con i più moderni criteri e per le più raffinate esigenze»; parlottano di un ambiente che offrirà «ai clienti il massimo di attrazione e conforti e il tutto in una cornice di squisita eleganza». Notizie vaghe, ma allettanti e in grado di destare stupore, dato che in questo periodo gli unici argomenti giornalistici che riguardano la città spaziano solo sul degrado qualitativo della domanda e dell’offerta turistica.

Un complesso «avveniristico»

Gli aggettivi per illustrare il «bianco e avveniristico» complesso di «stile moresco» si sprecano. «Quello che costituirà indubbiamente motivo di più viva seduzione – asserisce Il Litorale – sarà l’allestimento, nell’Oriental Park, di una dozzina di piccoli negozi: scrigni di squisitezze destinati a ottenere specialmente l’attenzione del mondo femminile ospite di Rimini». Agli abitanti della città più disastrata dalla guerra non sembra vero che in mezzo alle macerie qualcuno, finalmente, si decida di fare qualcosa. Proprio nei pressi dell’area dove si erige la favolosa struttura – a rammentare non solo la bufera dei bombardamenti ma anche la statica situazione edilizia del momento – c’è l’altra faccia della medaglia, ovvero i resti ingombranti dell’Hotel Ricci: «Tronconi di muri assaliti dalle erbacce, residui di archi, colonne penzolanti di cemento armato, pareti diroccate».

Tutti parlano dell’Oriental Park

L’Oriental Park è l’argomento del giorno. Si pettegola di due spaziosi ambienti per il ballo – uno all’esterno e l’altro all’interno –, di una pista di schettinaggio per ragazzi, di «un campo di tennis costruito su progetto di tecnici svizzeri», e inoltre di «tavoli da ping-pong, biliardi, palestra ginnica, bar americano e numerose altre attrezzature». C’è orgoglio legittimo nell’annunciare le ambiziose caratteristiche di questo modernissimo locale. Non a caso la struttura nasce proprio nell’anno della demolizione del Kursaal e per molti rappresenta l’immagine del rinnovamento della città; l’affermazione delle proposte mondane e ricreative in linea con i nuovi tempi; insomma, l’inizio della ripartenza turistica.

Sono due piemontesi gli ideatori e i conduttori di questo impianto da “Mille e una notte”, che fa sognare i giovani rampolli adriatici; si chiamano Caminale e Rossi e sono anche i titolari dell’impresa edile che si appresta a costruirlo.

Il piano dell’opera prevede mesi e mesi di lavoro, ma la solerte “Ditta Caminale & Rossi” ne impiega solo uno. Il complesso, inaugurato con una solenne serata di gala l’8 luglio, è molto più modesto di quello preventivato: parte del fantasioso progetto, sbandierato dalla stampa al momento di avvio dei lavori, non viene attuato e rimarrà per sempre una mera illusione. I pochi negozi realizzati nel perimetro esterno della “recinzione” – che alcuni spregevolmente chiamano «steccato» – più che «scrigni di squisitezze» sono squallide botteguzze da “millecose”, adatte per quel turismo popolare e trasandato che colora l’estate riminese.

Un discreto successo

Nonostante le manchevolezze, l’Oriental Park, con le sue bianche mura, le verdi palme finte e quell’atmosfera grossolanamente esotica di storie lontane, riscuote un discreto successo. La sua coreografia, tanto fittizia quanto pacchiana, non dispiace alla fauna godereccia dei bagnanti. All’ingresso del dancing, al posto di seducenti odalische, ad accogliere i clienti – riferisce Il Litorale il 10 luglio 1948 – c’è lo «smilzo e bruno» Oscar, “addobbato” da arabo che «strappa i biglietti». Oscar è un povero cristo, che con quella ridicola mascherata riesce a sbarcare il lunario. Nell’interno del locale nessun sultano, fachiro o incantatore di serpenti: solo camerieri stagionali e stagionate turiste, facili prede dei soliti incalliti viveur caserecci, ingaggiati col compito di “portarle in pista” e “farle ballare”. Chi si aspetta l’esibizione di qualche danzatrice del ventre rimane deluso, ma può tuttavia addolcirsi la bocca con i “lenti” della Luisa o con i boogie-woogie della Ester, due ben note e navigate donzelle della Castellaccia. Direttore del ritrovo è Martinetto; in pedana padroneggia l’orchestra Franchi, al microfono Mary Azzaris. Tutte le sere, a mezzanotte, le danze s’interrompono per dare spazio a brevi intermezzi artistici.

Fuori dall’Oriental Park, buoni affari per il posteggiatore di biciclette – piazzatosi a ridosso delle «bianche mura» – e per Pippo, il rivenditore di brustolini e lupini. Manca, però, Lisetta, la venditrice di rose assidua del Kursaal. Sembra che la fioraia, più volte invitata, non se la sia sentita di andare a offrire i suoi «sogni profumati» ai clienti di quell’«avveniristico locale d’alta classe» pubblicizzato come «il più elegante della Riviera Adriatica».

Nessun rimpianto per la struttura

E a proposito del Kursaal, mi sia consentito di chiudere la pagina con una considerazione. Della sua storia, che si innestava in una città-giardino signorile, aristocratica e turisticamente vincente, anche se irripetibile, col passare del tempo è aumentato il ricordo. Del suo surrogato, l’Oriental Park, annunciato come espressione vacanziera e gaudente della nuova Rimini che risorgeva dalle macerie – scomparso nella indifferenza più assoluta all’inizio degli anni Novanta, dopo un lungo periodo di coma profondo – non rimane neanche il rimpianto che induce gli orfani ad una prece. Del primo resta la memoria della sua atmosfera elitaria e delle sue effervescenti stagioni; del secondo solo i cocci di quella grottesca muraglia che lo recintava, simbolo eloquente delle sballate scelte turistico-edilizie dei primi anni del secondo dopoguerra.

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